lunedì 18 marzo 2013

Comorbidità

Questa è la storia del povero prefisso con- e i suoi fratellini co-, com-, col- e cor-. Dalla notte dei tempi vengono sfruttati come scudi dalle parole solo perché vengono fraintesi - in pratica hanno un segno in fronte che sta a indicare la loro maledizione -, vogliono sì dire "insieme", ma è solo la loro maledizione di famiglia,  non sono poi così propensi alle attività di gruppo e ogni tanto vorrebbero anche dedicarsi ad attività ludiche solitarie. Io ho appena preso uno di loro e l'ho costretto a stare di fronte ad una italianizzazione dell'aggettivo inglese morbid. Sarei da denunciare a Emergency perché sto costringendo questo nostro piccolo amico a stare con un false friend... Ebbene sì,  non solo morbid non vuol dire morbido, ma la parola stessa comorbidità non esiste, l'ho creata come solo un membro della famiglia Frankenstein potrebbe fare perché mi serviva una parola ambigua e perché quando ho letto comorbilità mi si è accesa (o fulminata) una lampadina. La comorbilità è la coestistenza di due (o più) patologie diverse in uno stesso individuo e io sono arrivata a questa parola tramite una ricerca sulla schizofrenia. Perché faccio ricerche sulla schizofrenia e poi mi fisso sulla comorbilità? Perché oggi mi sono chiesta cosa porti due persone a iscriversi su un social network con un solo profilo comune, magari unendo i nomi e/o creando crasi dei cognomi - e vi assicuro che ci troviamo ben lontani dalla tracotanza degli esseri perfetti (vedi Simposio, androgino, Aristofane). Il vero problema si pone non tanto durante l'atto della creazione, quanto durante l'uso del mezzo. Innanzitutto io persona esterna non so mai con chi sto parlando, secondariamente, come si fa quando uno dei due carica una foto e all'altro piace? E se vuole commentare? Sembra di assistere ai monologhi/dialoghi di uno schizofrenico.
Spadelliam orsù, ché oggi si prepara un pasto completo...

Ingredienti:
Per la pasta:
- 1 spicchio d'aglio
- 1/2 arancia
- 120 grammi di pasta
- 18 gamberoni
- pepe q.b.
Per l'insalata:
- 1/2 porro
- pomodorini q.b.
-1/2 arancia
Per il plum cake:
- 1 arancia
- 125 gr. di yogurt bianco
- 250 gr. di zucchero
- 45 gr. di cacao in polvere
- 335 gr. di farina
- 125 gr. di olio di semi
- 3 uova
- 1 bustina di lievito
- 3 cucchiaini di peperoncino in polvere oppure 3 cucchiaini di purea di peperoncino

Prendete una padella e mettere lo spicchio di aglio a soffriggere, appena sentite emanare profumo abbassate la fiamma e aggiungete i gamberoni/scampi, privati della coda e fatti a pezzi. Intanto mettete la pentola sul fuoco per preparare la pasta (per la cronaca, sono 120 grammi per due persone, ma voi potete mangiarne di più, lungi da me fermarvi) e sbucciate l'arancia. Metà tagliatela a pezzettini (all'incirca uno spicchio tagliato in 4) e aggiungetela ai gamberi, salate e pepate. Quando la pasta sarà al dente saltatela in padella (magari usando anche un po' dell'acqua di cottura) e servite. Piccola nota: se volete, potete aggiungere un tocco di burro - o margarina -, mentre per gli animi più impavidi si consiglia addirittura la panna. Esperimento numero uno: riuscito e consigliato.

Cosa fate con la mezza arancia rimasta? Io ho fatto mente locale: l'insalata di arancia e cipolla è un classico, il porro è quasi cipolla. L'insalata di pomodoro e cipolla è un classico, i pomodorini sono quasi pomodori e il porro, nuovamente, quasi cipolla. Pomodorini e arance...mmmh...la proprietà transitiva in cucina non funziona però magari sono fortunata. Quindi agguantate con veemenza la vostra mezza arancia - non letteralmente, sennò come minimo vi accecate -, la tagliate grossolanamente e create un'insalata con pomodorini e porro. Salate leggermente. Io vi consiglio anche di non usare l'olio, tanto c'è già l'arancia che condisce l'insalata prendendo il posto del limone. Esperimento numero due: riuscito e consigliato.


Tocca fare l'esperimento estremo: l'upgrade della torta allo yogurt. Non che ci voglia molto a migliorare uno degli impasti più semplici della storia, ma qui stiamo giocando da duri. Livello hardcore. No, di più, livello gabber. Mescolate in una ciotola lo yogurt, lo zucchero e le uova. Unite anche la farina setacciata, il cacao amaro e l'olio. Accendete il forno a 180°, sbucciate l'arancia e coprite i bordi dello stampo come più vi piace (o secondo la vostra abilità) - se lo stampo non è al silicone vi consiglio di foderare la teglia con la carta forno, in maniera tale da evitare ulteriori imburramenti e infarinamenti di mani. Adesso unite il lievito, mescolate e aggiungete il peperoncino in polvere. Io non ce l'avevo e ho usato una salsa piccante/purea di peperoncino - il mondo di internet consiglia 2 o 3 cucchiaini di peperoncino in polvere e io ho usato 3 cucchiaini di questa salsa piccante. Infornate per 45 minuti (circa) et voilà, ancora una volta tre sapori riescono a stare assieme senza farsi del male a vicenda. Esperimento numero tre: riuscito e consigliato. Prossima volta però preparo dei muffin, cascasse il mondo.




sabato 9 marzo 2013

Chi cita ha bisogno di fare sesso (S. Freud)


Il titolo l'ho rubato, lo ammetto, però era troppo calzante.
Il mondo di internet mi dona sempre spettacolari perle, soprattutto durante i giorni di festa comandata, dal natale a san valentino alla festa della donna. Però ci sono alcune situazioni che si ripresentano con cadenza casuale e non posso fare a meno di osservarle. Leggete questi "versi":

Soffrirò... Morirò...
Ma intanto
Solve, vento, vino, trallalà.

Miša Sapego

Chi è l'autore? Internet non riesce a essere chiaro al riguardo, la tal cosa nutre sospetti su sospetti. Nonostante tutto però, noto che questi versi si stanno spalmando gradualmente dappertutto... A prescindere dal perché una persona di buon senso vorrebbe mai usare queste tre righe per esprimere qualsiasi cosa dimori nella sua anima, la missione di oggi è cercare di capire perché la moda della citazione va a ondate. Ecco alcuni esempi:

Non mi fido molto delle statistiche, perché un uomo con la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore statisticamente ha una temperatura media. (Bukowski)

Esoneriamo innanzitutto chi leggeva già Bukoswki anni addietro, questa perla viene condivisa solitamente in estate, o in inverno, insomma, quando fa troppo caldo o troppo freddo ed è una bella alternativa a: ho i pinguini in salotto come status invernale o alla condivisione della foto del cruscotto con la temperatura bene in vista d'inverno (ovviamente trattata chimicamente con Instagram). Bravi, andiamo avanti ma dovete lasciare qua le vostre sigarette, il vostro liquore e anche la vostra aria da trasandati. Io so che ce la potete fare.

Il più bello dei mari / è quello che non navigammo. / Il più bello dei nostri figli / non è ancora cresciuto. / I più belli dei nostri giorni / non li abbiamo ancora vissuti. / E quello / che vorrei dirti di più bello / non te l'ho ancora detto. (Hikmet)

Tralasciando il mio gusto personale, tralasciando il fatto che ogni volta che leggo questi versi mi viene un colpo di diabete, so per certo che questa poesia viene condivisa da maschi caucasici in speranza di abbordaggio e accompagnata da un qualsiasi pezzo della colonna sonora di American Beauty, o de Il favoloso mondo di Amélie. Perché loro sono romantici, loro sono profondi. E voi, mie care fanciulle, cadete come pere cotte. E cadete perché nemmeno voi avete voglia di parlare di poesia, quindi è tutto oro.

Chi sei tu, che nel buio della notte osi inciampare nei miei più profondi pensieri? (William Shakespeare)

Disse il comodino al mignolo del piede destro all'incirca alle 2 di notte, quando non ci si può esimere dalla pipì notturna. William si rivolta nella tomba ogni volta che questa frase viene lanciata nell'etere senza alcun riguardo. Sì, va a braccetto con Hikmet, però ha un sapore più classico, più romantico... più... non lo sa nemmeno chi la usa, non ha idea di dove andarla a trovare in nessuna opera (e io ovviamente non ve lo dirò, vi attaccate) eppure, beh eppure, sospiriamo tutti in coro guardando fuori dalla finestra, seguendo il ritmo della pioggia col nostro the fumante.

Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante. (Friedrich Nietzsche)

E per chi ha letto Così parlò Zarathustra si rende conto che questa frase è una tra le più banali dell'intero testo - a meno che non la si rilegga con l'ottica di un colon irritabile. Però no, il citazionista va, indomito per la sua strada e noi lo osserviamo, la sua ombra che si allunga verso il tramonto, nella speranza che stia andando verso un burrone. Insomma, l'accesso incontrollato al sapere sta solo creando degli abomini, dei mostri a tre teste che credono di sembrare culturalmente appetibili solo perché imparano a memoria dei nomi e qualcosa che riguarda questi nomi. 
Ne ho altre conservate tutte per voi, miei prodi. Il mio indice accusatorio è infaticabile, quasi ai limiti dell'inquisizione - e questa, come citazione vuole, non se l'aspettava nessuno.


Straccetti di scaloppine e Rösti
Ingredienti:
- 500 grammi patate
- 300 grammi carne
- 1 cipolla
- 4 cucchiai yogurt
- 4 cucchiai senape
- farina qb
- pepe qb
- sale qb

Io volevo preparare delle scaloppine però quando ho aperto la confezione di carne mi sono accorta che in realtà era stata tagliata a straccetti. Non importa, lavoriamo con quello che abbiamo. Innanzitutto servono le patate per preparare il rösti, quindi le lessate con la buccia ancora indosso. Mentre le patate nuotano in pentola preparate la salsina: unite lo yogurt e la senape, amalgamate per bene e mettete la ciotola in frigo. Tornate alle patate: se avete tempo le fate raffreddare e poi le ponete in frigo per qualche ora; se, come me, avete dimenticato questo piccolo particolare, aspettate solo che si raffreddino. Mentre aspettate infarinate la carne e fatela rosolare in una padella con del burro, come fate di solito con le scaloppine. Quando gli straccetti si saranno dorati metteteli in un piatto.
Le patate dovrebbero essere maneggiabili, sbucciatele e grattugiatele con una grattugia a fori larghi. Tritate finemente la cipolla, rosolatela (a questo punto bisognerebbe anche rosolare lo speck a pezzettini ma non ne avevo, quindi ho fatto a meno) e unitela alle patate, aggiustate di sale e pepe. Prendete una padella, fate scaldare un tocchetto di burro e con l'aiuto di un cucchiaio create dei mini rösti. Schiacciate leggermente con una spatola e fate cuocere a fiamma viva senza girarli, di modo tale da formare una crosticina dorata. Quando si sarà formata la crosticina  potete girare i mini rösti e attendete nuovamente per la crosticina. Metteteli di lato e teneteli al caldo.
Ritorniamo alla padella della carne, nella quale dovrebbe essere rimasto uno strato formato da burro di cottura e farina in eccesso: aggiungete un dito di acqua e del dado, quando si sarà sciolto e avrà formato un sughetto unite nuovamente la carne per qualche minuto e fate insaporire.
Per la carne non serve altro poiché abbiamo preparato la salsa alla senape, quindi potete impiattare e servire.

lunedì 25 febbraio 2013

Anche odiare è un diritto, sai? Chi semina odio...

...raccoglie lasagne. 
L'odio è un elemento chimico coinvolto nel metabolismo di molti esseri viventi, compreso l'uomo. Chimicamente, l'odio è il più reattivo ed elettronegativo degli elementi chimici presenti nel corpo umano, possiede qualità organolettiche irritanti ed è poco solubile sia nel buon senso che nell'obiettività. L'odio, seppur in minime quantità, riveste un ruolo biologico essenziale negli esseri viventi e viene prodotto principalmente dalle gonadi. 
Questo è un post sull'odio. La ricetta scaturisce da incidenti più o meno prevedibili che però scatenano odio. Un po' come quando leggi per caso cose come "maledivo" al posto di "maledicevo" e per istinto vuoi sistemare bene gli occhiali per sottolineare il disappunto, ma gli occhiali non li stai indossando e quindi l'odio cresce, lievita. O come quando ti rendi conto che esiste una cosa peggiore del pensiero delle briciole che sedimentano sul fondo della tua tazza di the e quella cosa sono i mirtilli di marmellata che scivolano giù dalla fetta di pane imburrato e non c'è verso di recuperarli. Come quando volete la Nutella e scoprite che masticare contemporaneamente cioccolata e nocciole non vi darà la Nutella (è un bolo buono ma non è Nutella).
Poi ci sono dei casi in cui qualcuno vi suscita allo stesso tempo lo schifo e il fastidio e riuscite solo a pensare che "voglio prendere una mazza e picchiarlo ripetutamente,  ma una mazza lunga, così da non dovermi avvicinare troppo", roba da esperti di problem solving. O come quando vuoi fare la doccia e pensi che devi anche fare una lavatrice e allora tenti di accordare le due cose perché se prima usi la lavatrice poi devi aspettare per fare la doccia, contemporaneamente non puoi farlo, allora togli la maglia e la canottiera in un unica soluzione ma rimane la testa incastrata perché stavolta gli occhiali li indossi. Lungi dal sembrare una strana creatura mitologica con due braccia che non vanno mai giù e senza la testa, con abilità da fachiro contorsionista togli gli occhiali e sfili tutto. Lanci maglia e canottiera nel cestello della lavatrice con movenze degne di un rugbista, fai lo stesso coi pantaloni e le mutande. Eh no, le mutande no! Mica vorrai evitare il prelavaggio a mano... no no, e chi si permette, lo ripeti fra te e te mentre un brivido percorre la tua schiena, al pensiero di milioni batteri cattivissimi che approfittano della tua dimenticanza. Ma non sei tu che tremi, è solo un po' di te che se ne va...

Prequel della ricetta: ho voglia di preparare le lasagne ma non ho voglia di impastare. Voglio preparare le lasagne e non mi sogno nemmeno di comprare le lasagne pronte, non tanto perché sia una purista, quanto perché è tardi e non mi va di uscire. Allora decido di adoperare l'escamotage della volta precedente: crêpes.
L'altra volta erano lasagne col salmone, quindi ho aggiunto l'aneto all'impasto, stavolta sono lasagne con la carne, quindi invece dell'aneto opto per un mix di spezie che uso per le polpette. Preparo l'impasto, lo lascio riposare, inizio a preparare le crêpes... Orrore, maledizione, sacrilegio! L'impasto è colloso, le crêpes non si cuociono oppure si bruciano, la padella che fino all'ultima volta aveva adempiuto a dovere la sua funzione ti guarda come per comunicarti "stavolta mi sa che non ce la facciamo". Ok butto tutto e arrivederci Francia!
Da brava casalinga disperata ho abbandonato l'idea delle crêpes e ci ho dato di olio di gomito e mattarello. Crêpes 0 - Pasta all'uovo 1, Francia 0 - Italia 1.
Quel giorno (10 dicembre 2012) ho imparato una cosa: le crêpes sono come le donne. Se decidono a prescindere che una cosa non va bene allora non ci sarà modo di fargli cambiare idea. E se una padella vi sembra davvero poco antiaderente fidatevi del vostro occhio, è davvero poco antiaderente.

Lasagne in bianco
Ingredienti:
per la pasta:
- 200 grammi di farina
- 2 uova
- pizzico di sale
per il ripieno:
- 500 grammi di macinato
- 1 cipolla grande
- 1 dado
- formaggio a piacere, anche come quantità
- prezzemolo e pepe a piacere
per la besciamella:
- 1 litro di latte
- 100 grammi di burro
- 100 grammi di farina
- un pizzico di noce moscata
- sale q.b.

Innanzitutto preparate la pasta fresca all'uovo. Setacciate la farina, formate una fontana e rompete nell'incavo le uova. Aggiungete un pizzico di sale per ogni uovo, sbattete leggermente e prestate attenzione a non fare uscire le uova dalla fontana. Iniziate a impastare, fatelo per almeno 10 minuti e, dopo aver creato un panetto omogeneo, di tanto tanto sbattetelo con forza sulla spianatoia. Non preoccupatevi per eventuali denunce per violenza domestica: al panetto queste pratiche piacciono e rendono la pasta più elastica. Adesso lasciatelo riposare per un'oretta avvolto in un panno umido e dedicatevi al resto. Tagliate la cipolla più o meno grossolanamente (se avete a disposizione anche carota e sedano usateli pure), soffriggetela e quando la vedete imbiondita (e non è stata dal parrucchiere) è ora di cuocere il macinato. Aggiungete un dado, il pepe e il prezzemolo e, se per caso possedete del vino rosso o del rum, usatene un bicchierino (no, non per distendere i vostri nervi ma per la carne).
Preparate la besciamella. Non esistono foto della preparazione passo per passo perché era la prima volta che la preparavo e perché coi fornelli a piastra non puoi regolare il calore, quindi o mescolavo o fotografavo.  Siate clementi e fidatevi del procedimento qui di seguito: mettete in un pentolino il burro e fatelo sciogliere; allontanate il pentolino dal fuoco (per evitare che il burro frigga) e quindi aggiungete la farina setacciata. Mescolate continuamente (ecco perché non ci sono foto) con un cucchiaio di legno per qualche minuto per evitare di farle prendere colore o - peggio - farla attaccare. Togliete nuovamente il pentolino dal fuoco e aggiungete il latte caldo (o almeno tiepido)  e iniziate a mescolare. Abbassate la fiamma e rimettete il pentolino sul fuoco, fate cuocere a fiamma bassa finché la salsa comincerà a bollire e a questo punto potete aggiungere un pizzico di sale e un pizzico di noce moscata. Il diavolo stavolta ha fatto i coperchi, usatane uno e coprite il pentolino. Fate addensare la besciamella, sempre a fuoco basso, per 15 minuti, mescolando ogni tanto.
Mentre la besciamella si raffredda iniziate a darci col mattarello: infarinate la spianatoia e iniziate a stendere una parte di impasto. Lo spessore della pasta dovrebbe essere all'incirca di mezzo millimetro, io ve lo dico, poi sono fatti vostri. La mia teglia era quadrata, quindi ho tagliato le lasagne a guisa di teglia ma dalla regia mi dicono che la misura dovrebbe essere 20x14 centimetri.
Dopo aver prodotto i vostri strati di pasta (a me ne è anche avanzata e ci ho fatto dei maltagliati, simil orecchiette o giù di lì) è arrivato il momento della vera azione: preriscaldate il forno a 180°, prendete la teglia e iniziate con uno strato di besciamella. Non c'è bisogno di sbollentare le lasagne perché sono fresche, ve lo dico perché qualche povero stolto ha sicuramente sollevato l'indice per porre questa domanda. Indi poscia per cui, besciamella, pasta, ripieno, formaggio (io ho preso un formaggio che sembrava mozzarella e il risultato è venuto penoso), besciamella, pasta, ripieno, formaggio. Ad libitum finché avete pasta, besciamella, ripieno, formaggio o spazio nella teglia.
Infornate per circa un'ora, lasciate raffreddare per una decina di minuti e mangiate senza ritegno alcuno.

lunedì 18 febbraio 2013

Symposium of sickness

La febbra, la febbra! Dottore, chiami un dottoreeeeeh!
Un virus a cui non puoi sfuggire ma neanche proprio guarda io ci ho p­rovato gnente!!!
La febbra, la febbra! Febbra...ia, ia, io.
Siamo a febbraio. Per una strana concomitanza di eventi che non riuscirò mai a spiegarmi, mancano dieci giorni alla fine del mese e già abbiamo esaurito tutto quello che c'era da fare in questo mese. Che è il mese di febbraio (bravi siete stati attenti).
Nell'ordine:
1. la festa in onore della patrona delle fighe di legno 
2. San Valentino, che volendo è anche un po' la festa delle fighe di legno
3. Carnevale, la festa durante la quale le fighe di legno hanno la scusa per travestirsi da non fighe di legno (peccato però che il detto latino "semel in anno licet insanire" non funzioni più, quindi alla fine se la tengono ben stretta)
4. Sanremo, la cui unica utilità negli anni era stata testimoniare la presenza del compleanno di mia madre durante uno dei giorni della messa in onda. Quest'anno me l'hanno anticipato e io come faccio? Porgo i miei auguri di compleanno alla genitrice da giorno 23 a giorno 28 sperando che non se ne renda conto? 
Se volete trovo una connessione sanremese con le fighe di legno ma mi devo impegnare troppo e non ho voglia. 
Carnevale, quindi, che si parli del carnevale! Sarebbe stato certamente più figo e più utile parlare dei Saturnali, ma a quanto pare parlare di riti orgiastici in questo mese di celebrazione della lignea vulva non si può, indi poscia per cui questo abbiamo e di questo parliamo. Qua in Norvegia non ho visto il carnevale. Niente costumi, niente dolci, niente di niente. La spiegazione è così semplice che nemmeno ve la fornisco. Però io ho sentito la necessità delle chiacchiere e mi sono detta "ohibò e cosa ci vorrà mai per preparare questa tipica prelibatezza carnacialesca?".

Storie di vita vissuta, episodio n+1.
Da brava appartenente alla generazione Web 2.0 ho cercato diverse ricette su internet, le ho confrontate e sono andata a fare la spesa.
Non trovo il burro, questo perché non ricordavo la parola "burro" in norvegese e perché qua la confezione del burro sembra quella della nostra margarina e viceversa. Ho anche preso in mano un paio di prodotti per leggere gli ingredienti ma niente. Ok, dico tra me e me, non disperiamo, userò la margarina, suvvia.
Lo zucchero a velo, dov'è lo zucchero a velo? Questo è zucchero normale, questo è zucchero di canna, queste sono palline di zucchero da decorazione, questo "Vaniljesukker" non fa proprio al caso mio, quanto aroma di vaniglia vogliamo mettere in queste chiacchiere? Dove diamine tengono lo zucchero a velo? Scoprirò un paio di giorni dopo che l'ultimo citato è proprio lo zucchero a velo e che di aroma di vaniglia non ce n'è poi così tanto. Peccato. 
Impasto, mi dimentico di grattugiare la scorza di limone (aroma da usare in alternativa alla vanillina che non ho) e penso "non è nulla, nell'impasto non c'è il burro, lo zucchero a velo non ce l'hai, la grappa nemmeno - e per fortuna che c'era della vodka sennò avrei usato il centerbe - e non sarebbe stata certamente la scorza di limone a farti rientrare nel club dei puristi della chiacchiera". Mentre l'impasto riposa inizio a preparare la cena e dico alla mia amica "adesso, non per fare la persona ancora più pigra ma... vogliamo metterci a friggere?". Morale della favola, all'urlo di "ricetta rutta, rumpila tutta" decidiamo di mandare ulteriormente a quel paese le chiacchiere ed ecco perché vi propongo questi...

Simposi
Ingredienti:
- 500 gr. di farina
- 100 gr. di margarina
- 6 gr. di lievito
- 70 gr. di zucchero
- 3 uova intere e 1 tuorlo
- 25 ml di vodka
- farina di cocco

Setacciate la farina assieme al lievito su una spianatoia (oppure fate come me e usate una ciotola) nella classica forma a fontana; ponete al centro la margarina, lo zucchero, le uova e mezzo bicchierino di vodka. Lavorate bene gli ingredienti fino a formare una bella palla di impasto liscio ed elastico. Siccome volevo fare le cose per bene ho anche impastato per una decina di minuti sul tavolo prendendo la palla di impasto a schiaffi (nota bene: se quando la schiaffeggiate fa rumore di chiappa allora siete sulla buona strada), dopo aver giocato a Hello Spank la lascerete riposare avvolta nella pellicola trasparente in luogo fresco per almeno 30 minuti. Sadomaso a go go. Dividete la pasta in quattro parti e iniziate spianarla con un mattarello in modo da ottenere una sfoglia dello spessore di 2 mm (ah non avete il mattarello? Usate una bottiglia di vino, no?).
Tagliate le vostre chiacchiere secondo l'antica e altamente rituale tecnica dei coltelli volanti. Se fossero state chiacchiere avrei tagliato tutto con molta cura, a striscioline dal bordo frivolo e smerigliato, ma questi sono simposi, sono seri e non si curano dell'aspetto esteriore. Non ho capito perché le ricette dicevano di praticare una o due incisioni ma non costava nulla farlo. Preriscaldate il forno a 180°, poggiate i simposi su una teglia rivestita di carta forno e infornate per 15 minuti o finché non vi sembrano cotte (ho l'impressione che dipenda dal forno, quindi regolatevi).
In mancanza dello zucchero a velo e anche in mancanza della frittura ho agito d'istinto, ho agguantato la  farina di cocco e ho deciso di usarla come decorazione. Tanto è bianca, no?
La mancanza di frittura inficia quest'operazione, allora prendo un po' di acqua, un po' di zucchero e creo una leggera bagna (non cauda) nella speranza che funzioni. Come vedete ha funzionato.
Per gustare correttamente i vostri simposi dovete indossare un monocolo e sorseggiare il the senza alzare il mignolino - ve lo taglio quel mignolino - ma con tanta arroganza.

lunedì 11 febbraio 2013

Da tante cose dipende la celebrità del cinematografo

O almeno, questo direbbe il millantato inventore dell'italico idioma se catapultato ai giorni nostri.
Ma questo non è un post con una filippica contro Manzoni, anche perché chi mi conosce sa già come la penso e raccogliere consensi su uno degli autori più odiati dagli italiani (ma solo perché siamo costretti a studiarlo a scuola) sarebbe fin troppo facile. Facile come bere un bicchiere d'acqua, come rubare un omogeneizzato a un bambino, come venire a conoscenza delle unghie spezzate mentre si indossa l'unico paio di collant 20 denari in nostro possesso, ed è domenica pomeriggio. E scusate se avrei preferito usare un anacoluto.
L'argomento di oggi nasce dall'incrocio di due situazioni comunissime, roba che Mendel ha poggiato la sua sapiente mano sulla mia spalla e annuisce, compiaciuto - Mendel, ammettiamolo, hai solo incrociato i piselli per far sì che tutti ricordassero il tuo lavoro di scienziato e insabbiare così la tua fallita carriera di pornoattore.
Situazione 1 - gente in aeroporto che chiacchiera del più e del meno a volumi inusitati.
Situazione 2 - però era meglio il libro - ultimamente becco solo film tratti da libri

La gente è stupida. La gente è stupida e capisce le cose come preferisce. Oppure la gente è stupida e non capisce le cose. Mi trovo seduta nel bus navetta in attesa degli ultimi ritardatari e accanto a me ci sono queste due 30enni in partenza in versione Girl Power. Nulla di strano finché una delle due chiede "che libro stai leggendo?", l'altra solleva il volume, mostra l'autore, tale Michael Cunningham. Ma sì, avete presente quello che ha scritto il libro Le Ore da cui hanno tratto successivamente il film? Lui. La tipa tenta di spiegare all'amica chi fosse questo Cunnigham e questo è più o meno quello che ho sentito:
"Ma sì dai, anni fa ho visto questo film con Colin Farrell. Lui e l'amico crescono assieme però vengono entrambi da famiglie disagiate, cioè troppo devastate *tono schifato snob*, roba che non puoi fare crescere così i bambini e poi capisci perché fanno strane cose. Pensa che nel film hanno dovuto anche censurare il coso di Colin perché troppo grande *risatina isterica*. Sì e poi lui si innamora di una, ma anche l'altro si innamora di lei, solo che l'altro è gay quindi ama anche lui, e lui ricambia. E poi niente vanno a vivere tutti assieme, assurdo. Poi alla fine un giorno lei va via ma si capisce che non torna.".
Curioso, la trama mi ricorda certamente qualcosa eppure non tutto mi è chiaro, curioso.
Faccio due ricerche appena possibile e in realtà il film era sì tratto da uno dei libri di Cunningham (Una casa alla fine del mondo) ma la signorina non aveva capito niente, ma niente eh, ha mischiato le sue impressioni con la reale trama e la brama di augello di Farrell presa da un altro film. Sì, la gente è stupida e io voterò sempre sì per il Darwinismo. Sociale, in questo specifico caso.
Per la cronaca, questo è quello che avrei dovuto
 fare durante la visione de "Lo Hobbit"
Questo mi porta automaticamente alla seconda situazione: non capisco se sia più facile trarre sceneggiature da romanzi - in maniera tale da incrementare anche le vendite dei libri e illudere il popolino che stia leggendo qualcosa di buono - oppure se gli sceneggiatori siano ancora in sciopero dal 2007. Nei casi più fortunati è lo scrittore stesso che mette mano alla sceneggiatura, nei casi più nefasti devastano il senso del libro e lo semplificano per far sì che gente come quella citata qui sopra non si confonda più di tanto - ma si confonde lo stesso, quindi tanto vale...
Ho fatto la snob e l'arrogante a sufficienza per questo lunedì, direi che sia l'ora di ritirarsi nella stanza in cui vale la pena stare, la cucina.




Polpette di lenticchie:
Ingredienti:
- 200 grammi di lenticchie
- 1 uovo
- 1 cucchiaino di cumino
- spruzzata di pepe nero
- pizzico di sale
- 6 cucchiaini di farina
- 1 cucchiaio di olio

Cosa fai quando hai voglia di polpette e non hai carne a casa? Esci e vai al ristorante. Oppure prendi una scatola di lenticchie, scoli il contenuto e unisci un uovo, un pizzico di sale, del cumino e del pepe nero. Capirete anche voi l'inesistente premeditazione del piatto, perché in casi contrari avrei messo a bagno le lenticchie secche già il giorno prima - ma sapete com'è in questi casi: massimo risultato col minimo sforzo.
Innanzitutto vedo e prevedo una 20ina di polpette, poi prevedo che avrete voglia di preparare dell'ottima salsa all'aglio (ma poca, tipo 2 cucchiai di maionese e 2 di yogurt, così non ne avanza). Preparate prima la salsa all'aglio e ponetela in frigo.
Prima di procedere con la miscela di questa babilonia di ingredienti vi consiglio di preriscaldare il forno a 180°. Dopo aver sapientemente mescolato tutti gli ingredienti - mi raccomando, la farina all'ultimo. Perché la farina? Per donare un minimo di consistenza in più all'impasto  (ah, se non volete mettere il cumino fatti vostri, per me potete aggiungere quello che vi pare, malfidenti) - create delle polpettine sulla carta forno (questa è strafiga, lavabile e riutilizzabile). Non serve oliarla in precedenza in quanto avrete aggiunto l'olio al paciugo.
Infornate per 10 minuti, girate le polpette, infornate per altri 10 minuti. Intanto preparate l'insalata ed è inutile che vi dica di condirla, tanto userete la salsa all'aglio anche per quello.
Questa ovviamente possiamo definirla una variante vegetariana alle polpette di carne. Io non sono vegetariana, ci tengo a puntualizzarlo... Una versione vegana penso che potrebbe essere creata con una pastella di farina e latte di soia, ma non posso garantire il risultato (anche se sono sicura che il mondo sia pieno di blog vegani con alternative che aborro).
Il punto forte di questa ricetta è che in 30 minuti avete la cena (o il pranzo) pronto. L'importante è coordinarsi: salsa all'aglio > polpette > durante la cottura si tagliano le verdure per l'insalata > impiattare.
Per la realizzazione di questo post non è stato ucciso nessuna band inglese, si è ascoltato l'ultimo album dei Portishead il quale, nemmeno a dirlo, si chiama Third.

mercoledì 9 gennaio 2013

Scrivere è/e trascrivere. Ti voglio bene, Gender.

Scrivere è trascrivere. Anche quando inventa, uno scrittore trascrive storie e cose di cui la vita lo ha reso partecipe: senza certi volti, certi eventi grandi o minimi, certi personaggi, certe luci, certe ombre, certi paesaggi, certi momenti di felicità e disperazione, tante pagine non sarebbero nate - Claudio Magris.

Questa è una storia disonesta, questa è la prima storia del 2013. Ma soprattutto, questa non è una storia inventata. Questa è una storia dell'interpretazione di certi fenomeni, scritti, in movimento, orali... Perché Dante e Virgilio? Perché rappresentano l'acme della possibilità dell'interpretazione e io, novella Virgilio, vi guiderò nei meandri dei miei pensieri contorti.
Questa storia parte dai gender studies e da quanto io li disprezzi. Sento spesso lamentare del fatto che la lingua sia maschilista. Sì, e allora? Fatevene una ragione, per Diana! Voglio dire, ci sono solo due generi (vi prego, comunità lgbt, non scagliarti contro di me) e la lingua non ha scelto di essere maschilista e non è una ragione sufficiente per deturparla declinando le parole a nostro piacimento - anche perché sennò io da domani inizio a dire "la sola" o "il luno" perché preferisco usare i generi alla maniera tedesca. Femministe dell'ultima ora, fermatevi! E ve lo chiedo soprattutto perché, col vostro braccio alzato, mentre state brandendo le idee (non sia mai un mattarello che fa male sul serio), riesco a vedere che non vi siete depilate le ascelle. Ugh. Che poi non è nemmeno difficile ragionare in maniera lineare e se solo Doris Lessing potesse sentirvi, sono sicura che vi lancerebbe addosso dei Tampax usati. Oh, a proposito di autori misinterpretati... anche il povero Ezra viene spesso citato da destrorsi e se lo sapesse sono sicura che vomiterebbe nei loro condotti uditivi. Tornando al canovaccio del discorso incentrato sull'interpretazione di alcuni segnali e dell'appartenenza o meno a un determinato genere, siamo oggi qui riuniti per ricevere tra noi una notizia che ne ha dell'incredibile: il torcicollo appartiene alle donne. Cercherò di essere più specifica: il torcicollo appartiene alle donne con le tette. Seguitemi ancora più in profondità: il torcicollo appartiene alle donne con le tette grosse. Novelli Indiana Jones, siamo quasi arrivati al tesoro: il torcicollo appartiene alle donne con le tette grosse e rifatte. Stando ai dati forniti da una bellissima televendita, a quanto pare le donne che hanno deciso di sottoporsi alla mastoplastica additiva soffrono di questa gravissima patologia. Siccome il detto "chi bella vuole apparire un poco deve soffrire" non si confa al nostro secolo, le nostre beniamine non dormono supine né prone per evitare questa fastidiosissima patologia ma si affidano all'aiuto di un nuovissimo ritrovato scientifico. Perché non mettere tra le tette un cilindro? E perché non mettere tra le tette un cilindro che vibra? Eh? Perché? Io che tette non ne ho devo trovare una soluzione primitiva, tipo un cuscino o qualcuno che mi sciolga la contrattura.
Signore, non so voi ma io preferivo di gran lunga la pubblicità del massaggiatore da schiena sul Postalmarket...

Scaloppine con senape e miele
Ingredienti:
- 6 fettine di lonza di maiale
- farina q.b.
- burro
- 1 dado
- acqua q.b.
- 2 cucchiai di senape
- 2 cucchiaini di miele
- 6 fettine di melanzana
- timo q.b.

Prendete le vostre fettine di lonza e se vi sembrano troppo spesse (e volentieri), battetele. Però con gentilezza, sennò si offendono. Infarinatele con cura. No, non ho fatto foto di questo procedimento perché mi sembrava un insulto alla mia intelligenza. Prendete una padella, larga - sì, quella più larga va benissimo - e mettete a scaldare del burro. Ponete le fettine in padella e rigiratele di tanto in tanto finché non si sarà creata una simpaticissima crosticina. A questo punto mettetele in un piatto e passate alla preparazione del sughetto. Nella stessa padella sbriciolate un dado e aggiungete un dito di acqua. In teoria, se non volete aromatizzare ulteriormente le scaloppine, avete finito qui. In realtà no. Quando il dado si sarà disciolto aggiungete la senape (io ne ho messi due cucchiai, ma se volete che si senta più o meno sarà una vostra decisione) e un paio di cucchiaini di miele (anche qui, fate come volete, però il mio consiglio è di mantenere più o meno queste proporzioni). Mescolate con cura e rimettete le fettine in padella, a fuoco basso, finché il sugo non si sarà rappreso secondo il vostro gusto.

Adesso mettete le scaloppine e il sughetto da parte e passate al contorno. Nella stessa padella disponete a stella le fettine di melanzana (se non le mettete a stella vengono meno saporite) con qualche cucchiaio del sugo di cui sopra e una spolveratina di timo.
Quando la parte a contatto con la padella vi sembra rosolata a dovere ripetete l'operazione: disposizione a stella, sughetto e timo. Lasciate sul fuoco (basso per carità di dio, sempre basso) finché non vi sembrano cotte.
Servite con gioia et giubilo. Ah, come vedete io ho aggiunto un contornino di fettuccine con verdure (funghi, spinaci, carote), ma non è quello il punto di questa ricetta. Il punto è: quella sera avevo voglia di cucinare e di qualcosa di sfizioso... mi sono detta "cosa posso fare?". Ho aperto la dispensa e il frigo e ho trovato la senape e il miele. Tentar non nuoce. Vi assicuro che sono una doppia libidine.
Ah sì, dimenticavo, il blog compie un anno proprio questo mese...
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venerdì 30 novembre 2012

Ed è finita a feticcio, una stagione dopo

Mi sembra d'uopo fornire una spiegazione sul titolo degli ultimi due post per i nondialettoparlanti. C'è un modo di dire delle mie parti  che viene utilizzato quando si vuole intendere che qualcosa è andato storto, o male. Tale modo di dire  è "è finita a feto". Il resto potete immaginarvelo. Tutta questa manfrina di due post sul feticismo che ho sviluppato verso determinate pellicole è solo un'abile mossa per fornirvi una ricetta. Ebbene, l'altra volta ho solo introdotto la questione, stavolta vengo coadiuvata da questo gioviale Babbo Natale che si chiede come mai, già alla fine di Ottobre, sia possibile trovare decorazioni decembrine. Io dico no alle stelline, al rosso, al dorato e al pungitopo prima dell'inizio di dicembre, anche perché mi fa un po' specie passare la festa di Ognissanti canticchiando "leeescrismas aigheiviu maihart". Da un lato si sa che dopo Ferragosto il Natale è alle porte, quindi perché iniziare qualsivoglia dieta, dall'altro mi sembra di vivere in un mondo di zombie dove io, appena tornata su dalla mia fossa, regalo il mio cuore a qualcheduno, al primo che passa. Torniamo ai film che devo vedere ogni anno. Vi chiederete perché mai non vi dono la lista dei libri che leggo ogni anno (sì, lo so, se non svio dall'argomento principe ogni due righe non sono contenta) e la risposta io ve la do: leggo un solo libro ogni anno ed è la mia unica tradizione natalizia (La freccia nera n.d.r.) e in un'ora e mezza riesco a rivedere un film, coi libri impiego più tempo. Per l'appunto, i film. Sono sul filo del rasoio sia per fornirvi la lista dei film che guardo ogni anno in preparazione ad Halloween (e no, non starò qui a spiegarvi perché la concezione di festa americana sia totalmente erronea) che per regalarvi l'esperienza dolciaria migliore della vostra vita - o, quantomeno, quella migliore da preparare a casa una volta l'anno. Sarò banale - sì - ma ogni anno guardo in fila per tre col resto di due: Beetlejuice (1988, con una giovanissima Winona Ryder), un inedito Tim Burton pre-era Johnny Depp, seguito dalla tripletta Edward mani di forbice (1990)Nightmare Before Christmas (1993) e Il mistero di Sleepy Hollow (1999). Per variare un po' torno indietro nel tempo e ripesco un film della Disney con una giovane e sconosciuta Sarah Jessica Parker e una altrettanto sconosciuta (e molto molto molto giovane) Thora Birch - avete strabuzzato gli occhi ed esclamato "chi?", dai su che la conoscete, è la figlia di Kevin Spacey in American Beauty - adesso avete detto "aaaaaah" annuendo -; il film in questione è Hocus Pocus (1993) e nemmeno io ricordo quante volte l'ho visto coi miei fratelli. Concludo in bellezza con La sposa cadavere (2005) e Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street (2007) - ancora ricordo con stupore le ragazze al cinema che non avevano idea di cosa aspettarsi e che nemmeno a metà film si sono alzate e sono andate via, schifate. Troppo sangue. Sangue finto. Talmente finto che nemmeno era salsa di pomodoro, aveva la consistenza del Lacquer Rouge Carat della Chanel. Lista dei film per la festività in questione conclusa, torniamo all'argomento principe ovverosia l'incalzare delle festività che ci impedisce di godere appieno bla bla bla bla. Tutte palle. Tutte storie. Tutte manfrine. C'è una cosa che devo fare ovunque io mi trovi: mangiare le Rame di Napoli nel periodo compreso tra l'ultima settimana di ottobre e la prima di novembre. Questo perché è ancora l'unica cosa, assieme alle chiacchiere carnascialesche, che si trova in determinati periodi. Per cui non esiste festa dei morti senza le Rame di Napoli (per la cronaca non ho ancora capito perché si chiamino così, visto che a Napoli non hanno idea di cosa siano). La ricetta originale prevede un velo di marmellata di arance tra il biscotto e la glassa, quindi se avete voglia, usatela però, percaritàddiddio non sostituitela con la Nutella.

Rame di Napoli
Ingredienti:
- 1 kg di farina 
- 500 grammi di burro
- 500 grammi di zucchero
- 6 uova
- 8 cucchiai abbondanti di miele
- 250 grammi di cacao amaro
- 30 grammi di lievito
- 2 bustine di vanillina
- 2 bicchieri di latte
- 2 limoni
- 6/8 chiodi di garofano
- 2 cucchiaini di cannella
- 800 grammi di cioccolato fondente

Ammorbidire il burro e lavorarlo con lo zucchero (con un cucchiaio di legno, una frusta a mano oppure con le mani) fino a farlo diventare cremoso; aggiungere la farina e le uova. Impastare tutti gli ingredienti come per una normale frolla. Anche per questo motivo è bene impastare sin dall'inizio con le mani. Attenzione: sono previsti cirrostrati di farina sui vestiti, sul tavolo, sugli altri ingredienti. Non disperate, è normale.
Aggiungere il cacao setacciato e continuare ad amalgamare gli ingredienti (con un cucchiaio o le mani). Aggiungere il miele e la vanillina. Attenzione, se avete già notato una rivolta con nuvole di farina, il cacao farà la stessa cosa. Sono previsti quindi cumulonembi di cacao sui vostri vestiti. Il composto vi sembrerà piuttosto duro ma non disperate, non aggiungete altre uova o ulteriore burro. 
Intanto scaldate il latte con la buccia dei limoni, la cannella e i chiodi di garofano.
Quando si è intiepidito filtrate e aggiungete il lievito precedentemente setacciato (attenzione perché il lievito tende a reagire, aumentare e fare la schiuma). Attenzione di nuovo, dopo il cumulonembo di farina e il cirrostrato di cacao, anche il latte potrebbe pensare di creare una precipitazione. Continuate a non disperare e impastate. Il composto alla fine dovrebbe risultare cremoso.
Per fare la forma delle Rame basta prenderlo a poco a poco e lavorare le palline con due cucchiai a formare delle polpettine allungate (traduzione plebea della quenelle).
Distanziate le polpette, poiché in forno tendono a lievitare e se non c'è spazio a sufficienza si attaccheranno tra di loro. Vanno in forno preriscaldato a 180° per 10/12 minuti.
Come ultimo passo sciogliete a bagnomaria il cioccolato fondente precedentemente spezzettato e, per evitare che si addensi troppo, mettete un po' di burro. Bagnate le rame superiormente e guarnite con pistacchio in polvere (se ce l'avete, sennò fate senza come me, non muore nessuno). 
Lasciare addensare la glassa e servire. Con questa dose sono riuscita ad avere quasi 80 biscottoni.