venerdì 24 agosto 2012

Alla carlona

Per chi non conoscesse questa striscia, vi presento Get Fuzzy, storia di una convivenza tra un gatto, un cane e il loro padrone. Ho iniziato a leggere le storie di questo cinico gattino (pleonasmo) nel lontano 2002 su uno di quei giornali gratuiti che si trovano nelle grandi metropoli. Traggo ispirazione della striscia per giustificare il solito delirio pre-ricetta. Anche io, come Bucky, cerco di rendere il mondo un posto migliore. Oggi ho deciso di donare della sapienza saltando di palo in frasca. Innanzitutto il titolo: alla carlona. Ricordo di aver imparato questo modo di dire alle elementari. Perché si dice alla carlona? Perché la leggenda vuole che Carlo Magno fosse un re dalle maniere poco raffinate, un tipo pragmatico che poco badasse alle apparenze e che una volta abbia ricevuto qualcuno (non ricordo chi) in tenuta da caccia, dopo essere tornato dalla  sopracitata battuta. Da qui, alla carlona. Perché il numero 17 porta sfortuna? Perché se provate a scriverlo coi numeri romani e lo anagrammate otterrete il passato di vivere (XVII > VIXI). Altro giro, altro aneddoto. I denti della forchetta si chiamano rebbi, la parte bianca delle unghie si chiama lunula, abbiamo un muscolo nell'interno coscia che si chiama gracile e se la mattina vi svegliate con almeno una delle due braccia in preda al formicolio, sappiate che Casper ci ha mentito. Il formicolio si chiama parestesia e a quanto pare stavolta non è causata dalle posizioni strambe che assumo durante il sonno ma dagli antibiotici (a proposito, perché formicolio si scrive senza ì? A me piace usarla). Il bicchiere della staffa invece non viene servito in un bicchiere a forma di stivale, bensì nasce dall'usanza di bere il sorso del congedo quando si ha già un piede sulla staffa, pronti a tornare a casa. Secondo i dati in nostro possesso non sono solo i genovesi e gli ebrei i proverbiali risparmiatori, poiché se si riesce a usufruire di qualche servizio in maniera gratuita si può dire di aver fatto come i portoghesi (storia vera secondo la quale l'ambasciatore portoghese a Roma invitò i connazionali ad assistere a uno spettacolo e per entrare senza pagare bastava dichiarare di essere portoghesi e i romani, che arraffano dove possono dai tempi del ratto delle sabine, non hanno esitato un secondo sul da farsi), anche se alla luce dei fatti sarebbe più corretto dire fare come i romani che si sono spacciati come portoghesi, il detto è rimasto così com'è. Scoperte recenti: ultimamente ho visto l'Otello e l'Enrico V curati da Kenneth Branagh (che Dionisio, Talia, Melpomene e Polimnia ti abbiano sempre in grazia). Innanzitutto, il nome Otello deriva da una delle rune, Odal, Othila, Othala, il cuo significato è proprietà, possesso. Non mi stupisco del perché Guglielmino abbia scelto proprio quel nome per il protagonista della tragedia che narra della bestia dagli occhi verdi che vilipende la carne di cui nutre. Nell'Enrico V invece c'è un giovanissimo Christian Bale nel ruolo di scudiero (un po' come Semola ne La Spada nella Roccia). Trama dell'Enrico V: il re decide di iniziare una guerra per conquistare la Francia, solo che a me sembra una scusa per poter sposare la figlia dell'altro re. Il dubbio che mi pongo è: io ho sempre tifato Inghilterra, ma un francesista, in questi casi come fa? 

Zapiekanka 
Ingredienti:
- 1 baguette
- funghi
- 1 dado
- salame
- formaggio
- salsa all'aglio

Si dice che ogni popolo si riconosce dal tipo di cibo da strada che ha. Non ricordo dove l'ho sentita o dove l'ho letta, ma si dice così e vox populi, vox dei. Avete già avuto modo di leggere le lodi che ho tessuto per la cucina polacca in generale, quindi non mi dilungherò eccessivamente. La zapiekanka (zah-pieh-khan-kah - e questa parola si legge proprio come si scrive, deo gratias) è una validissima alternativa al kebab notturno. Stando alle fonti, la ricetta originale è la seguente: baguette, funghi trifolati, formaggio e ketchup, però ho visto molte varianti e visto che non sono membro del Ketchup Appreciation Society ho preferito basarmi sulla creatività.
Lavate i funghi, tagliateli a fettine e metteteli in padella con un filo d'olio, un dito d'acqua e copriteli. Rimestateli di tanto in tanto e, quando avranno sudato a sufficienza, aggiungete un dado. Mentre i funghi si cuociono tagliate la baguette in quattro parti uguali e adagiatevi le fette di salame (io non ho voluto strafare, per non lasciare che un sapore prevalesse sugli altri). I funghi a questo punto dovrebbero essere pronti, allora accendete il forno a 180°-200°, prendete la vostra teglia (non dimenticate la carta forno sul fondo) e ponete i vostri pezzi di baguette.
Aggiungete i funghi, vi consiglio di non strafare onde evitare cadute a cascata di funghi sui vostri vestiti, e il formaggio. Capitolo formaggio: per strada ho visto che usano una sorta di "mozzarella", io avevo del formaggio Morski (del mare, perché e come fanno il formaggio del mare?) e ho usato quello.
Infornate per circa 15 minuti, o perlomeno fin quando il formaggio non vi sembra sufficientemente sciolto e il pane sufficientemente croccante. Adesso tocca alla grande variante: in teoria, sulla vostra calda zapiekanka appena sfornata ci andrebbe il ketchup, io ho preparato per l'ennesima volta la salsa all'aglio e me la sono goduta fino all'ultimo morso. Ovviamente il piatto andrebbe accompagnato con una birra, ma io ero a casa e non avevo voglia di andare fino al supermercato, indi poscia per cui ho irrorato con acqua.

mercoledì 8 agosto 2012

Ma se serve vi porto i dischi...


Genesi del post: un caldo - e umido - sabato polacco, ora di pranzo e coinquilino spignattante. Decido di condividere quello che stavo ascoltando, vale a dire un mix di canzoni dei Roxette. Nonostante l'iniziale, e a mio avviso incredibile, affermazione "no, non conosco i Roxette", quando partono le prime note di "It Must Have Been Love" mi incita ad alzare il volume perché la canzone è bella (la conosce) e perché gli ricorda quei gioiosi momenti in cui, alle feste, scatta il momento del ballo lento al culmine (o per meglio dire, il culmine) del quale le mani scivolano improrogabilmente verso quella massa di adipe e muscolo meglio conosciuta come gluteo femminile.

Momento d'epifania: possibile che tutte - ok, non tutte ma la maggior parte, facciamo un 95% - le canzoni adatte per ballare i lenti, siano in realtà un inno agli amori finiti? La celebrazione degli amori finiti in maniera straziante? L'epinicio dell'agonia provata durante il momento del rifiuto che precede l'accettazione del trauma? Con un tono degno della figlia di Alberto Angela mi chiedo: è mai possibile che tutte queste canzoni  che in teoria bisognerebbe ascoltare per lenire le ferite di un cuoricino sanguinante - che se lo vedesse la Pausini ci farebbe un triplo cd - in un momento di post-separazione siano in realtà la chiave dell'avvicinamento tra due esseri umani? Partendo dal presupposto che tutto è Dada e che quindi A è anche non-A, nel dubbio io chiamo la troupe di Superquark.
Addentriamoci nei meandri della memoria, dove noi, figli degli anni 90 cresciuti a suon di film adolescenziali e di racconti di provincia a cura degli 883, iniziavamo a barcamenarci nei rapporti sociali di mutato genere rispetto a quelli avuti fino ad ora: la festa delle medie, laddove il tripudio della sensazione del pesce fuor d'acqua, l'esultanza dell'ascella purificata, l'acme dell'acne potevano solo essere dimenticati a suon di panini al latte farciti da una fetta di salame più fetta di formaggio più velo di maionese, il tutto irrorato di spuma.
Questo post è per tutti noi, poveri sfigati che non sapevano mai che fare alle feste. Troppo poco alla moda, troppo impacciati, fondamentalmente troppo poco pre-adolescenti per pensare di giocare con la bottiglia. Parlo per me, solo per me, va bene. Io che adesso sembro più giovane di quando avevo 13 anni e che per evitare di mixare i colori uso vestiti neri, io che non sopportavo l'idea di considerare i maschi se non come compagni di squadra (di calcio), io che non riuscivo a capire perché bisognasse ascoltare i Take That, cavoli gli Skunk Anansie erano meglio! E pure gli Smashing Pumpkins! Per non parlare dei Queen...
Anche se, dato che non sono mai stata scevra di pippe mentali, ogni tanto mi chiedevo perché proprio io non riuscissi a divertirmi a quelle feste o perché non dovesse proprio piacermi la musica commerciale...

Ora però fate outing e ditemelo: quanti di voi hanno avuto una storia come quella descritta ne Il tempo delle mele o in Sixsteen Candles - un compleanno da ricordare? Quanti di voi si trovavano sull'altra sponda, quella dei fighi alla moda? Suvvia, nessuna di noi era figa come Sophie Marceau (prego sostituire nell'immaginario un bel giovine col quale i maschietti possano immedesimarsi) e nessuno di noi ha avuto la botta di culo del più figo della scuola che magicamente capisce che la vera bellezza è dentro le persone - affermazione che va di pari passo con "la risposta è dentro di te, epperò è sbagliata". Vi inviterei a immolarvi e regalarmi delle vostre foto d'epoca, ma il mio cuore non reggerebbe (e moriremmo tutti per overdose di acido lattico agli addominali a causa delle risate).
Certo che però anche io me la andavo a cercare, proprio tanto male nella mia comfort zone da sfigata non stavo ed erano ancora lontani i tempi in cui, al grido di "macheccefregamacheccemporta" mi lanciavo in imprese degne degli argonauti alla conquista del vello d'oro. Un ricordo su tutti: festa di fine anno di seconda media, la canzone Gli Anni (dei sopracitati 883) eletta a canzone ricordo della serata e il figo cugino di quello che si era immolato per la causa-festa che mostrava segni di apprezzamento verso la sottoscritta. No, impossibile che uno così, più grande, stia a guardare una come me e a parlare con me. E non sai che fare, e non sai che dire. E non. E no. Respinto.

Insomma, tutta questa manfrina per farvi un po' commuovere pensando ai bei (?) tempi andati e per dirvi che ho provato a cucinare una delle prime cose che mi hanno creato dipendenza qua in Polonia, la salsa all'aglio. Misteri dell'universo: perché la salsa all'aglio greca la digerisco dopo duecento ore e la salsa all'aglio polacca non mi ha mai dato problemi? Misteri, per l'appunto.

Sos czosnkowy - Salsa all'aglio
Ingredienti:
- 2 cucchiai di maionese
- 2 cucchiai di panna (ma io ho usato lo yogurt greco, sodissimo)
- aglio
- pepe nero

In realtà io non ne ho preparata tantissima perché era un esperimento e perché eravamo solo in tre. La regola di base - o meglio, la ricetta per come me l'hanno data - è: tanta maionese quanta panna, aglio a piacimento e pepe nero se lo si vuole aggiungere.
Ed ecco il perché dei miei due cucchiai di maionese e due di yogurt; ho scelto lo yogurt greco per renderla più leggera. Poi ho aggiunto l'aglio. Qui scatta la polemica: non ho uno schiaccia aglio quindi ho preferito usare quello granulare. Pensavo che sarebbe andata peggio, invece no, è stato semplice da dosare e si è amalgamato a dovere. Quindi il pepe nero, ne ho messo giusto un pizzico perché non deve primeggiare.
Ho scelto di servirla su un piatto che è stato - a posteriori - definito "molto polacco", cioè funghi trifolati, patate bollite e uova. Sicuramente proverò a rifarla utilizzando uno schiaccia aglio, anche solo per vedere l'effetto che fa con dell'aglio vero.


sabato 14 luglio 2012

Stette la sfoglia, immemore.

Prendi della premeditazione, prendi un venerdì sera, prendi due amiche e lasciate il tutto a rosolare per alcune ore e a metà cottura aggiungete un pizzico di 9GAG. Va bene, torniamo seri, la realtà dei fatti è che ci mancava la tavola calda - o rosticceria, o i rustici, chiamate queste cose come vi pare - e ci siamo dovute organizzare di conseguenza. Questo parallelepipedo a base quadrata che vedete nella foto qui accanto è una cipollina ed è una delle cose più buone della terra.
Premeditazione dicevo, sì, perché giovedì ho fatto la spesa e ho comprato appositamente anche gli ingredienti per cucinarla, sono il mandante assoluto, anche perché già sapevo che avrei coinvolto una complice.

Ingredienti:
- 2 rotoli di pasta sfoglia
- 1 cipolla grande
- 1 confezione di prosciutto
- 1 confezione di formaggio - io non ho trovato la mozzarella e ho usato il gouda a fette
- salsa di pomodoro
- 1/2 dado
- basilico, timo/origano, pepe nero
- sale 

Innanzitutto tagliate la cipolla grossolanamente, non perché siete pigri o poco precisi, solo perché quando addenterete la cipollina dovrete sentirla sotto ai denti. Fatela stufare in padella con olio e un goccio d'acqua, un po' di sale. Intanto preparate la salsa di pomodoro, soffritto di cipolla o aglio, un paio di foglie di basilico, un pizzico di zucchero o di bicarbonato (io ho aggiunto mezzo dado al posto del sale).
Mentre cipolla e salsa sono sui fornelli, srotolate la pasta sfoglia, tagliatela, se potete, in quadrati di 15 cm di lato. Se, come me, non potete perché invece di preparare la pasta in casa l'avete comprata, fate dei rettangoli 15x30. Adagiate mezza fetta di prosciutto e una fetta di gouda (ma la prossima volta ne metto di più, di più, di più).
La salsa è pronta, viva la salsa! Per la realizzazione di queste cipolline, composte senza ricette ufficiali, abbiamo usato un cucchiaio e un terzo di salsa, ma secondo me la prossima volta potrei addirittura usarne due. Ok, proverò prima con uno e mezzo e vi farò sapere.
 
Adesso aggiungete la cipolla. Non fate le fighette, non lesinate, questo pezzo di tavola calda si chiama cipollina, quindi abbondate (purtroppo due delle tre cipolle che avevo erano da buttare, sennò avreste visto montagne di cipolla, invece ho dovuto lanciare l'applicazione OCD e dividere in 6 parti uguali la cipolla a disposizione). Spruzzate con del pepe neo e del timo. Se avete dell'origano è meglio, ma il timo è un ottimo sostituto.
Accendete il forno 200°. Chiudete la pasta sfoglia recitando il 5 Maggio. Lo so, nessuno ha capito perché ci sia venuto in mente il 5 Maggio il 13 luglio, ma questa cosa ci ha portato alla mente un paio di questioni come "ma tu quando l'hai imparato?", "ma perché ci facevano imparare le poesie a memoria?", "uffa però, mescolo sempre i versi" (il che mi ricorda anche il problema dell'elencare i 7 nani, ne manca sempre uno - provateci). Per chiudere bene i lati esterni ed evitare che il ripieno vaghi allegramente per la leccarda, pensate a Biancaneve quando preparara la crostata. Come quale Biancaneve? Quella della Sdynei. Per fugare ogni dubbio al ripieno su chi sia al comando, prendete anche una forchetta e pressate usando i rebbi.
L'avete acceso il forno, vero? Infornate per 30 minuti. Ah, al 15mo minuto girate di 180° la leccarda.


giovedì 12 luglio 2012

How does it feel...

Come non dedicare il titolo del post al singolo più famoso della band per la quale mi sono addirittura spinta verso un festival? Sissignore, ho visto i New Order dal vivo, ho pagato un biglietto per un intero giorno di festival solo per vedere loro... che poi loro, ovviamente non erano nella formazione originale e il mio cuoricino un po' ha sofferto per questo, ma per una che avrebbe dovuto finalmente vedere i Cure (e me li sono persi di nuovo perché mi venivano un attimo fuori mano) si può dire di poter piangere da un occhio solo, ok?


Bando alle ciance e iniziamo la narrazione di questa esperienza.
Innanzitutto c'è da dire che dal mio punto di vista di italiana - abituata ai festival italiani - ero già stanca al pensiero di raggiungere la location appena ho messo piede fuori dall'ufficio. C'è anche da aggiungere che l'intero pomeriggio di pioggia non mi ha reso nemmeno invogliata più di tanto... Invece è stato tutto molto semplice: arrivi in stazione, ti metti in fila ed entri nel primo autobus - gratuito - disponibile. Trenta minuti dopo giungi a destinazione e ti metti di nuovo in fila per comprare il tuo biglietto: fila per chi deve comprare il biglietto regolare, fila differente per chi desidera quello per l'intero festival, ulteriore fila per chi campeggia. Bene, ora c'è solo da raggiungere la location... cammina cammina cammina cammina e ti rimetti in fila per farti perquisire, poi nuovamente per ottenere il magico braccialetto colorato - peccato che sia tutto scritto in polacco e non sai bene in quale fila metterti, e sbagli, e te ne fai un'altra sperando sia quella giusta (sì, era quella giusta).
Il posto è davvero bello, è tutto organizzato molto bene - puoi pagare coi coupon oppure con la carta - molti stand, molta gente, tutto molto bello.
Se non fosse che sono attorniata da gente strana, giovani, giovani dappertutto, giovani strani dappertutto. Attenzione, non è certo il primo festival a cui vado, però mettiamola così: è il primo festival con generi musicali ad ampio respiro... difatti il pesce fuor d'acqua sono io, o forse sono solo anziana....
Avevo iniziato a notare cose strane già alla stazione. Un pomeriggio di diluvio universale e con temperature non tipiche per un 4 luglio italiano, eppure c'è gente in canottiera, oppure con le scarpe di tela, oppure...
Insomma, vado a vedere il primo gruppo, americani, genere molto variegato, sanno tenere molto bene il palco e mi ritrovo attorniata dai giovani di cui sopra. Sì, sono davvero io quella fuori posto.
La prossima volta farò le seguenti cose:

1- non importa se sono le 21:00, non importa se mi trovo dentro un tendone buio o all'esterno, non importa. Mr. Tamburino non ho voglia di scherzare, indossiamo gli occhiali da sole, i tempi stanno per cambiare, dobbiamo avere più carisma e sintomatico mistero. Non importa se finisco con le mie scarpe di tela in pozze di fango, tutto questo è molto roccherrolle!


2- non importa nemmeno se ha piovuto tutto il pomeriggio - rendendo giustappunto tutto molto molto molto scivoloso e fangoso - secondo te, Mr. Tamburino, dopo aver pensato per settimane alla mise adatta,  mi posso mica fare intimidire dal meteo? Altro che rimettersi la maglia, io indosserò la canottiera, i pantaloncini però cederò e indosserò gli stivali di gomma. Stile sì, ma pragmatico.


3- dato che sono una ragazza, la mia canottiera sarà molto in tono a quella di una Madonna anni 80 però con su Kurt Cobain, perché ci troviamo comunque in un festival rock. Il che rimane sempre un look da passeggiatrice, ma una passeggiatrice da prospettiva Nesvki.

4- com'è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno mi saltano sui piedi. La prossima volta salterò anche a tempo, assieme a tutti i miei giovani amici hipster. Perché non puoi fare come me e goderti il concerto in disparte, in piedi, senza rompere le palle a nessuno e con le braccia conserte. No. Allora ho deciso di offrire i miei piedi, senza anfibi poi la posta era ancora più alta.


5- però com'è possibile che, mentre sei là totalmente preso dalla musica, sei lì che canti, trasportato totalmente dalle note, ti fermi improvvisamente? Quante stupide galline che si azzuffano per delle foto. Perché sia chiaro, se in Italia sarebbe davvero poco hipster andare all'Heineken Jammin Festival, qua devi assolutamente lasciare traccia. Allora fermiamoci e mettiamoci in posa. 


6- come sopra, sei un tutt'uno col palco eppure, il silenzio del rumore. Ti fermi e inizi a fare video col cellulare. Ma cristo, non si capirà una mazza, cosa pensi di farci con quei video? Il tempo cambierà molte cose nella vita, ma certe cose sono insensate a priori.


Poi mi sono distaccata da quell'orizzonte perduto che era la massa di giovani pieni di energie ed entusiasti e ho fatto una cosa che faccio sempre ai concerti, ovvero cercare il banchetto col merchandise per comprare una maglia. Quella dei New Order, ovviamente. Anche perché dopo avrebbero iniziato a suonare e io avrei dovuto far pulsare il cuore al solito entusiasmo. Se qualcuno mai mi chiederà "cosa hai comprato col primo stipendio?" la risposta sarà: due birre e la maglia dei New Order. 

venerdì 6 luglio 2012

Miss, mia cara miss...

Ho saltato una settimana, chiedo venia ma il velociraptor aveva fagocitato i miei appunti, quindi capirete che di fronte a un evento simile non si possa fare altro... Voglio dire, un velociraptor che non è carnivoro né erbivoro? Un velociraptor? Un?

Ormai è un mese che vivo qua - ah sì, qua, ma dove qua? Sempre Gdynia, nord della Polonia-, e mi sembra corretto tirare le somme ed essere nostalgici, quindi vi parlerò delle cose che mi mancano dell'Italia. Di certo non leggerete "mi manca la mamma", "mi mancano gli amici", "mi manca la pappa". Sono banale e noiosa, ma non così tanto...

1- Internet: ebbene sì, una connessione stabile. Sembra assurdo (lo è), fa tanto dipendenza (lo è, di nuovo), però immaginate di passare voi un mese intero senza connessione, inseguendo ogni rete wi-fi disponibile. La cosa peggiore era non poter ascoltare musica (a parte quella già contenuta nel mio hard disk), guardare serie televisive - e per me che non uso la tv da un pezzo è davvero una tortura, ma anche poter controllare la posta o semplicemente aggiornare il blog in santa pace è davvero una tortura cinese.

rettifica doverosa: ho cambiato appartamento e qui c'è internet.

2- I miei libri. Per quanto possa sembrare assurdo è così. Mi mancano i miei libri. Il problema sarebbe risolvibile con "compratene altri" oppure con "fatteli spedire". Sarebbe, per l'appunto. E no, non leggo un libro al giorno come mi è stato chiesto, semplicemente ci sono alcune situazioni in cui devo avere determinati libri tra le mani (e capirete, senza nemmeno internet non potevo cercare gli ebook, che piuttosto che niente rappresentano almeno un piuttosto). Insomma, mi mancano i miei libri, mi chiedo cosa stiano facendo - suppongo assolutamente niente, chi aprirebbe mai i miei libri?

3- La chiave del bagno. Cosa succede se dopo qualche giorno dal mio arrivo si rompe la chiave del mitico bagno senza finestra? Il panico! Per fortuna siamo arrivati a un accordo: se c'è la luce accesa allora c'è qualcuno (inutile dire che ogni tanto capita di dimenticare la luce accesa).
Dire che mi manca il bidet è ovvio, non tanto perché mi faccio la doccia ogni giorno quanto per il danno causato ai miei capelli... umidità + capello liscio tendente al grasso = capello leccato dalla mucca.

rettifica doverosa nr. 2: nel nuovo appartamento non solo c'è la chiave nella porta del bagno ma anche una finestra.

4- Una cucina attrezzata.
Avete presente com'è vivere in una cucina con ogni tipo di utensile e poi di botto trovarsi in una cucina dove non è il caso nemmeno di appoggiare una forchetta sul ripiano? No? Ebbene, è un incubo. Incubo che però ho risolto inventando una nuova tecnica - la monopan cooking - ma ve ne parlerò a tempo debito.

rettifica doverosa nr. 3: nel nuovo appartamento c'è una cucina grande con tanti utensili, quindi preparatevi perché cucinerò di nuovo.

5- Atomic Food Container. Ovvero: ho comprato un sacco di roba figa e voglio usarla. Di solito ho sempre cucinato sufficienti quantità di cibo in anticipo per poi dovermi limitare a riscaldare. E i miei portapappa atomici sono davvero troppo fighi per essere abbandonati nel mio armadio a Catania. Mi mancano, vorrei poterli mettere nel frigo della cucina del mio piano al lavoro e sprizzare figheria.

6- Maglie. Vi ho già parlato del Casual Friday al lavoro. Ebbene, io non ho vestiti casual da indossare al venerdì. E per me casual vuol dire principalmente magliettone nere con strani loghi di band. Sì, mi manca soprattutto la mia maglia dei Carcass, e dei Coroner, e dei Mayhem e... ok, la smetto. Insomma, mi mancano le mie magliettone. Se qualcuno avesse intenzione di venire a trovarmi che me lo faccia sapere. 

7- I miei anfibi. Andare a un concerto senza gli anfibi non è un'esperienza che avrei mai voluto provare, soprattutto se ha piovuto tutto il giorno, c'è fango dappertutto e intorno a te ci sono solo giovani saltellanti (sì, nel prossimo post parlerò di questa esperienza).
E poi andiamo, sono delle scarpe comode - spargo cuori al pensiero dei miei anfibi.

Passiamo finalmente alla ricetta della settimana (anche se è un mese che non ne propongo una, dovrei postarne 4). La tecnica che illustrerò è  del monopan cooking. In pratica nella disperazione della mancanza di utensili ho comprato una padella, dei piatti e delle posate. Per cucinare quindi dovevo utilizzare l'unica e sola padella. Il piatto non è propriamente polacco, ma sapete come si dice, questo passa il convento.

Riso con verdure e alghe
Ingredienti:
- 200 grammi di riso
- 4 fogli di alga
- 1 dado
- verdure a vostro piacimento
- salsa di soia

Avevo cucinato precedentemente all'incirca 500 grammi di verdure miste da usare come contorno, quindi preparate in anticipo anche voi - mi preme dirvi che, per non mentire spudoratamente, i 500 grammi provenivano da un mix di verdure surgelate prese al Lidl polacco (Biedronka). Prendete la vostra padella e riempitela con acqua sufficiente per 200 grammi di riso e un dado. Lo so, le indicazioni sono veramente poco precise, con la mia padella direi 2/3 di acqua. Quando bolle versate il riso, mescolate di tanto in tanto.


Nel frattempo prendete 4 fogli di alga e tagliateli a listarelle. Se, come me, non avete le forbici allora piegatela e strappatela con le mani. Dopo circa 15 minuti di cottura il riso è pronto, aggiungete le alghe, le verdure e la salsa di soia.

Siccome ho preparato 200 grammi di riso posso dire che ci ho fatto 5 pasti con una sola sessione di monopan cooking.

venerdì 15 giugno 2012

Allora, ragionere, che fa? Batti?


Lo so, prima di scrivere questo post avrei dovuto compiere un ripassone della saga dell'impiegato più famoso d'Italia, così da trovare più riferimenti con le situazioni da ufficio che tutti conosciamo. Purtroppo per me sono ancora senza una connessione internet, quindi vi tocca accontentarvi di questi racconti senza eccessivi condimenti (ogni riferimento al fatto che questo sia ancora un blog di cucina è puramente casuale). Durante queste prime due settimane di vita lavorativa ho imparato che alcune cose sono necessarie, ho osservato le forme di vita attorno a me e ho annotato alcune differenze... del resto l'uomo è un animale e sopravvive per emulazione e osservare gli animali con più esperienza non ha mai ucciso nessuno. Prima però vi mostro un presente che abbiamo trovato su tutte le scrivanie, una bella sciarpina adatta sia a ripararsi dal vento sia a tifare la nazionale autoctona.
Torniamo a noi, inizierò dalle cose fondamentali da non dimenticare mai a casa:

1- Una tazza. Sì, avete letto bene, una tazza. Perché se vuoi bere una bevanda calda (di cui parlerò al punto 5) che fai, usi le tazze messe a disposizione dall'azienda? Se il primo giorno di lavoro non hai la tua, sì, usi quelle che trovi in cucina. Se sei fortunato sono calde calde di lavastoviglie, sennò olio di gomito e te la lavi. Guardiamo il lato positivo della cosa: va bene che dobbiamo essere tutti vestiti in business casual, quindi trovo questa politica del "esprimi te stesso attraverso la tua tazza" una valvola di sfogo (ok, probabilmente sto dando troppa importanza alla cosa), per di più la mia tazza è un sacco figaquindi me ne vado in giro tronfia e orgogliosa...

2- Deodorante. Non sai mai che tempo farà, ti alzi la mattina e sembra che stia per cadere il cielo e torni a casa in maniche di maglietta; quindi non sai mai come vestirti e, dato che non puoi prevedere quanto suderai conviene comprare un bell'ammenicolo salva-ascelle. Magari a fine giornata non odorerai di rosa con rugiada ma magari non girerai per i corridoi nascondendoti ammantato come Quasimodo ed evitando ogni contatto umano. Un deodorante è per sempre – De Pirls.

3- Spazzolino/Dentifricio. Come sopra. Passi 8 ore in un ufficio, pranzi in ufficio, fai milioni di viaggi alla magica e amichevole macchinetta che eroga con tanto impegno caffè, the, cioccolata calda, cappuccino, magari devi anche lavorare a contatto con qualcuno e vuoi proprio evitare che la fiatella uccida gli astanti. Semplice, alla prima occasione utile (leggi pure: dopo il primo giorno o dopo la prima volta che qualcuno ti dedica la sua fiatella) ti ricorderai di comprare uno spazzolino e un dentifricio e li userai anche.

4- Pranzo. A metà tra le cose da non dimenticare e l'osservazione dell'ambiente c'è il pasto principale da fare in ufficio. Perché va bene fare colazione con l'insalata ma è durante la pausa pranzo che vedo (e provo) le cose più strane. Durante la settimana uso il mio bellissimo bento per trasportare quello che ho la voglia e la possibilità di cucinare al momento ma il venerdì di solito nel mio ufficio si fanno ordini comuni e si mangia in compagnia. Io ne approfitto per provare i piatti tipici, dalla mia parte contiamo i pierogi, enormi ravioloni dai ripieni variegati (dal maiale al formaggio, dalle patate alle fragole) e veramente buoni, il barszcz, zuppa di verdura dalle differenti versioni, buonissima anch'essa e proprio oggi ho provato una zuppa (brodo di) pollo con maccheroni (spaghettini), non male, piena di prezzemolo come piace a me. Poi mi hanno offerto una fetta di pizza con su della salsa all'aglio. Sì, in Polonia quando compri la pizza puoi scegliere varie salse. A prescindere dal fatto che avrei voluto mangiare un barattolo di salsa all'aglio devo dire che fino ad oggi la salsa più strana l'ho vista su un piatto di pasta: era rosa e non era nessun tipo di cavolo o radicchio, era alle fragole (a quanto pare qui è una cosa normalissima mangiare la pasta con la salsa alle fragole, oh, io alla marmellata col formaggio o con le polpette ci arrivo, per questa ho bisogno di un po' più di tempo).

5- Caffè/The. Combattere la sonnolenza e amare i distributori (oggi ne ho abbracciato uno, in memoria di quelli all'università, gli insostituibili gemelli zanussi). Solitamente la prima cosa che faccio quando arrivo è togliere la giacca, la seconda è accendere il pc e la terza è recarmi alla macchinetta a prendere un cappuccino o un caffè. Non fate gli italioti storcendo il naso al pensiero del caffè polacco, prendetelo come una bevanda calda e non aspettatevi un espresso (anche perché se proprio avete voglia di un espresso e lo state cercando in un distributore automatico sedetevi, ho una brutta notizia per voi). Insomma, la tazza del punto 1 serve per contenere queste magiche bevande piene di eccitanti – perché lo sapete che questo caffè lungo contiene un sacco di caffeina, vero?

6- Ipocondria. Una delle prime cose che ho notato nei bagni (tanto per dovere di cronaca, sono puliti, molto puliti) è che forse non sono l'unica ipocondriaca. Accanto al lavandino, giusto sul distributore del sapone, staziona un cartello che ti invita a lavarti le mani con acqua calda e di premere la levetta col gomito, così da non toccare e infestare con le tue luride mani la levetta comune. Adoro (da leggere con tono sognante e con erre moscia).

7- Età. Se da un lato non c'è il problema di come rivolgerti a chi perché tanto la lingua veicolare è l'inglese e sappiamo tutti che sia tu che lei si dice you, dall'altro il problema me lo pongo perché non riesco mai a capire l'età di nessuno dei colleghi. Non puoi basarti sui nostri parametri perché magari sono già sposati (e qui si sposano prima), perché vanno ancora all'università (e non è detto che abbiano 20 anni, magari sono già sposati e si sono iscritti dopo) ma soprattutto non puoi basarti sul modo di vestire perché tanto è business casual per tutti.

8- Casual Day. A proposito di parametri e di vestiti, se dal lunedì al giovedì bisogna vestirsi "ammodino", il venerdì è il casual day. Io non sono mai stata questo gran genio della moda, anzi... però un paio di cose mi sono saltate all'occhio: i polacchi sono avanti. Avete presente l'abitudine tedesca del calzino di spugna col sandalo da gita? Bene, qui l'hanno portata a livelli superiori: collant color carne con sandali; ma anche pantacollant con calzino di collant alla caviglia (non riesco nemmeno a pronunciarlo) e generica scarpa aperta. O quel famoso detto secondo il quale non è il caso di indossare capi blu e neri contemporanamente? Ecco, se io mi sento quasi a disagio al pensiero qua devo dire che la cacocromia (passatemi il termine) non è contemplata. Morale della favola: mi sembra che tutto sia molto casual e poco business e io sembro una seriosa signorina Rottermeier. Se tutto questo accade dal lunedì al giovedì non vi dico cosa vedono le mie fosche pupille al venerdì. Il casual è davvero tanto casual.

9- Internet Explorer. La seconda cosa che faccio è accendere il computer. La prima cosa che ho notato quando l'ho acceso la prima volta è stata la presenza di questo browser che non uso da anni e che soprattutto non si blocca mai. Dopo una settimana ho installato la volpina, almeno posso ascoltare musica mentre faccio tippi tippi sulla tastiera.

10- La tastiera. Dulcis in fundo parliamo dello strumento principale di un lavoro dove si scrivono cose: la tastiera. Dimentichiamo per un attimo il fatto che sia impostata in inglese e che quindi non ho diretto accesso alle lettere accentate – problema che non è mai esistito per chi, nel corso degli anni universitari ha dovuto impostare più d'una lingua e quindi può circumnavigare l'ostacolo; dimentichiamo questo, dicevo. Ma i segni d'interpunzione, la chiocciola, i vari simboli tutti messi a caso? Eh? Avete presente quante volte cerco l'apostrofo e mi ritrovo un trattino? Oppure voglio una parentesi e leggo un asterisco? Il fatto è che ora peggioro perché ormai uso più quella tastiera che questa e allora cerco la chiocciola sul 2 e mi ritrovo le virgolette. Altro che double-check di quello che scrivo, non ho pietà di me e mi fustigo in continuazione.

giovedì 7 giugno 2012

La gaffe frettolosa...


in altre parole: prime impressioni di una settimana altrove e di quanto sia facile misinterpretare.

Prima di continuare a leggere fatemi un favore, mettete sul vostro lettore cd/mp3 (ma pure youtube va bene all'occorrenza) Dummy dei Portishead. Non è solo un consiglio per gli ascolti, è che io stessa sto godendomi questo album proprio mentre sto scrivendo – e così ve l'ho messa sul piano dell'empatia.
Il sottotitolo è "una settimana altrove" perché mi sono trasferita ed è da una settimana che noto e annoto cose – e adesso ve le beccate, non in ordine di annotazione bensì secondo un mio ordine arbitrario.

1- Paese che vai, miscelatore che trovi. Cazzate. Il miscelatore della doccia polacca è uno stronzo proprio come tutti gli altri miscelatori del mondo. Rischio sistematicamente l'ustione o l'ipotermia, appena inizio a godermi un po' di meritato teporino ecco che interviene l'acqua fredda (e vi assicuro, non c'è assolutamente bisogno di refrigerio al momento).

2- A proposito di cose che si trovano nel bagno ho notato che uno di quelli che vive con me lascia lo spazzolino senza cappuccio sull'impolveratissima mensola del bagno. The horror. E a proposito di lasciare roba in giro, a quanto pare qua si usa togliersi le scarpe appena si entra in casa, proprio come fanno i giapponesi. Il problema è che appena chiudi la porta ti becchi un pugno in faccia, i vari odori emanati dalle scarpe si sono uniti e hanno formato un'entità, quest'entità è incazzatissima, e non si sa perché ce l'ha con te.

3- I semafori cantano. Non ti accompagnano solamente con un bip bip come tutti gli altri, producono una strana sequenza di suoni che nel giro di qualche giorno inizi a canticchiare. Nel giro di qualche giorno inizi anche a odiarla quella particolare sequenza, soprattutto se la tua stanza dà sulla strada e ai semafori non importa che tu stia al quinto piano, loro canteranno più forte.

4- Si parcheggia sui marciapiedi. Lo so cosa state pensando: che incivili questi polacchi! Ok, se un polacco a Catania parcheggia sul marciapiede allora glielo dico anche io. Però qua i marciapiedi sono larghi e hanno giustamente pensato: che cosa se ne fanno i pedoni di tutto questo spazio?

5- Il tempo. Nel senso del meteo eh, mica del fuso orario. Adesso capisco quella che mi sembrava una strana abitudine che avevo notato in Irlanda, vale a dire: vado in giro imbacuccato e mi denudo appena spunta il sole. Qua le previsioni del tempo sono impossibili, nel giro di 24 ore tira vento, piove, grandina, poi spunta il sole e anche io appena vedo due raggi cerco di accaparrarmene il più possibile.

6- Il tempo. Nel senso della differente gestione del suddetto. Qua si cena presto, prestissimo, talmente presto che io farei merenda a quell'ora – ed ecco spiegato perché alcuni ristoranti chiudono alle 18:00. E probabilmente ecco perché qua la cena si chiama colazione (ok, non si chiama colazione, ma la loro parola per dire cena è molto simile alla nostra per dire colazione).

7- Qua è pieno di cani, e sono così ben educati che è il pensiero del guinzaglio che conta. A proposito di animali, qua è anche pieno di piccioni, strani corvi (viviamo strani corvi) e gabbiani. E sono tutti molto amichevoli, troppo amichevoli, vi prego lasciatemi in pace. E a te, gabbiano che hai espletato le tue funzioni vitali sul mio davanzale – perché dubito sia stato un cagnolino – non ti auguro la dissenteria, diventeresti solo più pericoloso; io ti maledico e ti condanno alla costipazione, per te e per i tuoi familiari.

8- Anche qui, per ragioni che non fatico a comprendere, è meglio non alzare braccia destrorse (aneddoto che racconterò nel prossimo post). Sempre parlando di cose illegali: non si parla di soldi. Quando mi hanno detto di non chiedere mai quanto guadagna qualcuno ho pensato "beh dai, è indelicato, non si fa". Invece non è questione di delicatezza e di educazione, proprio non si può fare.

9- La pizza qua non è male. Il caffè nemmeno. Nel senso, prendete queste cose come un cibo e una bevanda, perché se vi aspettate di trovarli nella versione italiana siete davvero sulla cattiva strada. È tutta questione di aspettative, prendetela dal giusto lato oppure mangiate altro. Tornando alla questione ristoranti che chiudono presto, ne ho trovati ben due vegetariani nello spazio di pochi metri. Da un lato è pieno di persone fissate con la salute, dall'altro ci sono io che non capisco niente di questa lingua e piuttosto che mangiare carne che non so di che animale sia preferisco darmi alle verdure.

10- Dulcis in fundo, userò il collegamento col cibo per esporre le mie perplessità linguistiche. Girando per il supermercato ho notato due cose: i polacchi sono molto educati. Dicono sempre "tak" e chiamano ogni formaggio "ser". Peccato che "tak" non sia la variante polacca del "grazie" norvegese/svedese ma solo "sì" e che non hanno eletto i formaggi come baronetti, "ser" vuole proprio dire "formaggio", vabbè (per la cronaca, al supermercato compro cose con le figure, perché sennò non ho idea di cosa mangerò, per fortuna l'Edamer si chiama sempre Edamer, i bastoncini di pesce sono uguali dappertutto e le uova vengono sempre create alla stessa maniera). Altre cose strane: buon compleanno non è una semplice traduzione di buon compleanno – e chi conosce la variante tedesca della canzoncina sa che esistono degli adattamenti molto fantasiosi – ma vuol dire letteralmente "one hundred years", quindi la canzone dei Cure vuol dire buon compleanno... no?