venerdì 5 luglio 2013

Immigrant Song

Per chi non lo sapesse, questo è un pezzo dei titoli di testa di 
"Uomini che odiano le donne" durante i quali è possibile 
apprezzare un remix della canzone dei Led Zeppelin targato
Trent Reznor.  Di solito i Led Zeppelin non amano dire di sì
all'utilizzo delle loro canzoni nei film, quindi possiamo anche
ritenerci fortunati (la versione originale si trova invece in
School of Rock).
We come from the land of the ice and snow,
From the midnight sun where the hot springs flow.
The hammer of the gods will drive our ships to new lands,
To fight the horde, singing and crying: Valhalla, I am coming!

Citare i Led Zeppelin per tre differenti ragioni:
1. sono i Led Zeppelin, quindi è cosa buona e giusta
2. questo video che guardo a intervalli regolari dal 2003
3. l'argomento di oggi, lo shock culturale.

Chiamiamo shock culturale la sensazione di disorientamento personale che si prova quando ci si trova nella posizione di immigrato a contatto con uno sconosciuto stile di vita. A contribuire possono essere fenomeni come il sovraccarico di informazioni, la barriera linguistica  (legata anche alla capacità di reazione verso la nuova cultura), il gap generazionale ma soprattutto e ovviamente la nostalgia di casa. Può essere descritto attraverso quattro fasi ben distinte: viaggio di nozze, negoziazione, regolazione, e maestria.

1. luna di miele [honeymoon phase]
Durante questo - breve - periodo, le differenze tra la nuova cultura e la propria sono viste in una luce romantica;  ad esempio è facile apprezzare le nuove abitudini o i nuovi ritmi di vita, leggende narrano di immigrati che amano il cibo del nuovo paese, ma siamo sicuri che nessuno di questi fosse italiano. Durante queste prime settimane si subisce il fascino della nuova cultura e si cerca l'integrazione anche attraverso lo studio degli autoctoni. [A me è successo sia in Polonia che in Norvegia, soprattutto in Polonia durante il primo mese perché le uniche cose che sapevo erano reminiscenze universitarie dall'esame di storia contemporanea, quindi fotografavo e annotavo tutto].
2. negoziazione [negotiation phase]
Dopo le prime settimane, ed entro i tre mesi - così dicono - alcuni individui soffrono di ansia a causa delle evidenti differenze tra la cultura di partenza e quella di arrivo. L'eccitazione e la voglia di integrazione iniziali lasciano il posto alla frustrazione e alla rabbia, soprattutto se alcuni atteggiamenti vengono percepiti come offensivi nei confronti della propria cultura di partenza. La differenza nella qualità degli alimenti e la barriera linguistica sono i fattori principali (soprattutto se si parla di italiani all'estero: un lamento continuo). [Anche qui, mi è successo in misura maggiore in Polonia; nulla di offensivo verso la mia cultura, semplicemente non ero pronta a non avere un'estate per come ero abituata e ho provato molta frustrazione nell'impossibilità di imparare la lingua. In Norvegia invece la frustrazione era dovuta alla mancanza di lavoro].
3. regolazione [adjustment phase]

Fase successiva, dai 6 a 12 mesi, nella quale ci si è abituati alla nuova cultura e si sviluppa una sorta di nuova routine. Le abitudini e le reazioni che ci aspettiamo dal mondo esterno diventano normali e si inizia ad accettare la nuova cultura in modo positivo, in teoria si dovrebbe anche essere capaci di usare la lingua del luogo. Questa è la fase chiave in quanto è possibile osservare tre reazioni distinte: alcune persone
trovano impossibile accettare e integrarsi nella cultura straniera, che percepiscono ostile, quindi si ritirano e si ghettizzano (ejector); altri si integrano pienamente perdendo la loro identità originaria e spesso rimangono nel nuovo Paese (adopter); per ultimi troviamo chi si adatta agli aspetti che trova positivi nella nuova cultura pur mantenendo alcune delle vecchie abitudini, di solito non hanno problemi quando tornano a casa né a trasferirsi altrove (cosmopolitan). [La prima reazione mi è capitata in maniera maggiore in Polonia: dopo 7 mesi non riuscivo ancora a usare la loro lingua ma avevo accettato la possibilità di cenare verso le 16:00 - ogni tanto - e di sostituire la classica colazione all'italiana con cose come: uovo sodo, senape, wurstel, pane imburrato e prosciutto, il tutto affogato nel caffellatte. Amore totale verso la loro cucina e la birra con sciroppo di lampone. Qui in Norvegia è differente: cenare ogni giorno tra le 16:00 e massimo le 17:30 mi sta uccidendo lentamente, vedere cuocere la pasta senza sale e soprattutto non condita perché tanto si condisce nel piatto - con conseguente abbandono di pasta cotta in pentola per almeno cinque minuti, crea deboli ischemie al mio cervello tricolore; ma soprattutto non capirò mai perché, invece di bollire le patate in acqua fredda preferiscono coprirle di acqua bollente, bollita nel bollitore, con la convinzione di risparmiare energia. Per il resto posso dire di aver accettato ogni altro tipo di uso e costume, voglio imparare a sferruzzare e anche a pescare, cose da matti. Ancora non passo le domeniche camminando come una forsennata e non capisco perché sia necessario tutto questo burro e ogni tipo di salsina per cucinare - mi viene da dire per coprire i sapori, ma vabbè, del resto sono qui da circa 7 mesi, il mio metabolismo deve ancora adattarsi].
4. padronanza [mastery phase]
Questa fase è anche definita come del "biculturalismo", ci si è integrati nel nuovo Paese pur mantenendo le proprie peculiarità (come ad esempio non curare troppo l'accento nella nuova lingua e sembrare comunque italiani che scimmiottano) e lo shock culturale potrebbe avvenire una volta tornati nel proprio Paese d'origine.[Ovviamente in Polonia non sarei mai arrivata oltre la terza fase perché non era un posto che sentivo come mio o dove avrei mai potuto pensare di mettere radici; in Norvegia per me è ancora presto per analizzare questa fase, anche se molti mi hanno detto che parlo quel poco norvegese che socon un forte accento tedesco, quindi non capisco bene chi subirà il maggiore shock culturale. Ma, ahimè, non ci posso fare nulla, è il norvegese che gli somiglia e il tedesco è una lingua totalizzante].

Focaccia
Ingredienti:
- 300 ml di acqua
- 150 grammi di olio d'oliva
- 8 grammi di sale
- 3.5 grammi di lievito in polvere (o 12 grammi di lievito di birra)
- 1 cucchiaino di zucchero
- 250 grammi di farina 00
- 250 grammi di farina integrale
- 3-4 cucchiai di acqua

La ricetta si sviluppa in due fasi: nella prima si prepara la generica pasta per il pane, nella seconda la si trasforma nella focaccia. Innanzitutto voglio fare quella che se la tira tantissimo dicendo che invece di impastare a mano ho usato un'impastatrice, shame on me? [cantare seguendo questa melodia].
Come prima cosa io devo avvisarvi riguardo i tempi di preparazione: servono 4 ore tra l'impasto, la lievitazione e la cottura, quindi se non avete 4 ore da dedicare alla focaccia vi prego di lasciare la stanza. Stavo dicendo, prepariamo la pasta per il pane: mettete a scaldare l'acqua e intanto setacciate le due farine nella ciotola dell'impastatrice; create una fontanella (il proverbiale buco al centro) e versateci dentro il lievito disidratato sciolto nell'acqua tiepida insieme allo zucchero. Accendete l'impastatrice, la velocità minima è sufficiente e nel resto dell'acqua tiepida sciogliete il sale, versate anche questo composto sulla farina. Unite 50 grammi di olio versandolo a filo finché non sarà terminato e lasciate che l'impastatrice lavori fino a quando non avrete un impasto compatto.

A questo punto potete prendere la vostra palla di impasto e poggiarla su un piano infarinato per massaggiarla con movimenti audaci per altri 5 minuti, tirategli le guanciotte e se vi sembrano elastiche a sufficienza potete creare nuovamente una palla che riporrete in una ciotola infarinata (infarinate per bene sennò ve ne pentirete). Coprite il tutto con la pellicola trasparente e fate lievitare almeno due ore nel forno chiuso e spento - dalla regia mi comunicano che è possibile accelerare la lievitazione accendendo la luce del forno, ma perché dobbiamo usare questi sporchi trucchetti?

La pasta avrà raddoppiato il suo volume ed è pronta per cambiare casa: trasferitela su una leccarda foderata con un foglio di carta da forno e rimettetela a lievitare per un'altra ora a forno chiuso e spento; onde evitare che l'impasto si secchi ponete un contenitore con dell'acqua sul fondo del forno.
Adesso avete un bel po' di impasto e potete trasformarlo in focaccia. 
Ungete la leccarda con 4-5 cucchiai di olio e stendete la pasta lavorando con le dita (affondatele senza vergogna), usate il resto dell'olio sull'altro lato, copritela con un panno pulito e lasciatela lievitare ancora per circa 30 minuti in un posto tiepido e privo di correnti d'aria (sì, la cucina andrà benissimo).
Preriscaldate il forno a 250° e, trascorsi i 30 minuti, spruzzatela con 3 cucchiai di acqua tiepida, spargete del sale medio-grosso, il rosmarino e infornatela per 10-15 minuti, quindi tagliatela e mangiatela (se potete, con della mortadella).

Io non ero in possesso di rosmarino quindi ho usato un mix di erbe che ho trovato in cucina: pomodorini essiccati, origano, peperoncino, basilico, aglio e sale.
Del resto, non avendo utilizzato farina 00 e farina di manitoba come nella ricetta originale, non potevo certo aspettarmi il rosmarino. In ogni caso essendo la prima focaccia della mia vita posso dire che sia venuta molto buona (ovviamente la cosa ha suscitato la classica battuta "ah ma pensavo fossi italiana" alla quale ho risposto "sì, infatti io compro la focaccia al panificio" ma anche "quindi in quanto norvegese vai in giro con patate e salmone in tasca?"). Gli amabili resti della focaccia sono stati utilizzati - tagliati in opportuni cubetti - nella zuppa al posto dei crostini.

sabato 29 giugno 2013

Blank page...

...was all the rage, never meant to say anything.
Smashing Pumpkins - Black Page - Adore (1998)


Insomma, avete presente quando avete troppe cose da fare e alla fine non fate nulla?
Io, in questo esatto momento. Ogni giorno succede qualcosa e dico sempre "ah bello questo spunto ora ci scrivo su un post". Puntualmente mi dimentico, sia di scrivere che lo spunto, quindi fuffa. Per di più, quando provo a pensare allo spunto mi si accavallano i discorsi, in barba alla coerenza e alla coesione del testo. Siccome sono pigra e non ho voglia di schematizzare tutti questi pensieri, lascio perdere.
Mi ricorda quella volta in cui avevo prestato alcuni volumi della mia antologia di letteratura italiana a una mia collega e lei si divertì a sottolineare (con la matita, per fortuna). Per chi è un feticista del libro - come me - questa violenza della sottolineatura altrui è peggio di uno stupro. Per cui mi sono messa di buzzo buono e, gomma alla mano, ho cancellato pagina dopo pagina. Ma qui arriva il fattore emozione: le pagine dell'antologia sono poco più spesse di quelle di una bibbia o di un vangelo, quindi a un certo punto, inevitabilmente, un colpo di gomma ha strappato - esattamente al centro di una poesia - il foglio. Per pochi secondi ho visto tutto bianco e le bestemmie mi si sono accavallate. Si sono accavallate talmente bene che sono rimasta in silenzio, chiusa nel mio dolore. Come quando risolvi le equazioni e cominci a depennare le x e gli elementi che si somigliano.
Credo che l'effetto sia come quello di un esperimento (esperimento di Newton, mi dicono dalla regia) che mi hanno mostrato alle elementari: prendete un disco di carta, dividetelo a spicchi e colorate ogni spicchio con i seguenti colori: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto. Fissate il disco al trapano e osservate cosa succede ai colori.

Crostata con budino al cioccolato e uvetta
Ingredienti:
- 250 grammi di farina
- 100 grammi di zucchero a velo
- 2 uova
- 125 grammi di burro
- 1 bustina di vanillina
- 1 pizzico di sale
- 1 litro di budino al cioccolato
- uvetta q.b

Prologo:
Cosa fai quando qualcuno dice "prepariamo i brownies!" e tu sei a casa senza macchina e senza la possibilità di reperire eventualmente gli ingredienti mancanti al supermercato più vicino?
Temporeggi? No. Usi quello che hai sperando in un risultato decente.
Prepariamo una crostata, tanto burro e farina non mancano mai e la crostata puoi farcirla con quello che ti pare. Apro il frigo, mi arrampico come King Kong su ogni ripiano e inizio a contare le possibilità.
Mele e marmellata? Pesche e marmellata? Le pere no, non mi piacciono, escluse per sempre ogni ricetta della mia vita. Il kiwi no, dovrei preparare la crema pasticcera e non ho voglia. Uh, guarda, due confezioni di budino pronte per essere usate!
Mele e budino? No è che sono allergica alle mele (risposta furba). Pesche e budino allora. Eh ma sono allergica anche alle pesche (ottimo tentativo per dirmi che non vuoi della frutta nella crostata). Va bene, facciamo budino e uvetta e non se ne parla più.
Ma quanta uvetta? No perché mi nausea.
Ho capito, non vuoi la frutta nella crostata ma non mi importa. 

Per preparare la pasta frolla ci sarebbe la ricetta classica e tradizionale ma io ero di fretta, quindi se avete fretta anche voi mettete la farina, un pizzico di sale, il burro, lo zucchero, la vanillina (o l'essenza di vaniglia, ma in questo caso usate la punta di un cucchiaino) e le uova in una ciotola e iniziate a impastare.
Dateci di olio di gomito finché non avrete creato un impasto omogeneo, compatto e abbastanza elastico (io ho dovuto aggiungere un paio di cucchiai di farina in più, non so perché. Forse il burro o forse la farina,  forse il procedimento eseguito alla carlona, fate voi).
Con l'impasto create una palletta, avvolgetela nella pellicola trasparente e mettete la palletta avvolta a sua volta (se non dico stupidaggini non mi diverto) in frigo per almeno 30 minuti. 

Passati i 30 minuti, la pasta frolla è pronta per essere stesa ed utilizzata. Per paura di crostate attaccate a teglie, io ho anche usato un foglio di carta forno e ho steso aiutandomi con un bicchiere, poi ho rimesso tutto in frigo. Siccome la pigrizia di un venerdì sera mi stava rodendo i muscoli, le ossa e i tendini, ho usato la stessa ciotola dove avevo impastato la pasta frolla per mescolare budino a uvetta. Io ho scritto "uvetta q.b." perché ne avrei usata molta di più, ma c'era qualcuno che controllava quanta ne mettessi, quindi fate voi.
Tirate fuori lo stampo e riempitelo di budino - ovviamente ne rimarrà un po', perché non ho usato uno stampo da 26 cm.
Secondo me potete anche solo infornare la pasta frolla (non dimenticate il fondo di legumi in questo caso) e aggiungere il budino in un secondo momento, ma si può infornare, quindi non vedo perché non cedere nuovamente alla pigrizia.
Accendete il forno e preriscaldatelo a 180°, infornate per 40-45 minuti o finché la pasta frolla non vi sembrerà cotta. Attenzione cari amici all'ascolto: il budino, per ovvi motivi (il calore) vi sembrerà molle, liquido, e penserete "ommioddio ora come faccio a tagliare le fette senza spargere e sprecare budino dappertutto". Tranquilli, è tutto normale; fate raffreddare per bene e vedrete che il budino tornerà nella sua forma originaria - sennò se proprio non ce la fate ad aspettare, infornate solo la pasta frolla e via.

Come potete notare, l'uva passa era veramente in quantità irrisoria.


sabato 22 giugno 2013

Oh! No: non c’era lì né pie né flavour né tutto il resto

Era il 1904 quando Giovanni Pascoli scrisse il poemetto intitolato Italy, frutto di un'esperienza reale, toccante, sono commossa, davvero. Il fenomeno dell'emigrazione: perdita d'identità da un lato e voglia di integrazione dall'altro. Insomma, le classiche cose all'italiana: mescoliamo due parole inglesi (americane) qua e là e siamo a posto.
Questa è la vera storia di Molly, esatto proprio quella delle pasticche per il mal di tutto. Molly è sempre stata cagionevole di salute, però se era una bambina malata di tisi nel 1904 e ora nel 2013 ce la ritroviamo nemmeno trentenne, devo dire che non è la sequela di malattie che mi crea preoccupazione, quanto piuttosto la lentissima crescita.
Sì insomma, tutta questa interessantissima introduzione solo per dire che Pascoli non mi piace, Pascoli è un segaiolo come Petrarca. Un matto, uno che ha passato la propria vita a correggere, rivedere, riscrivere ciclicamente i propri lavori e nel tempo libero, invece di importunare le bellezze in bicicletta, si lamentava in un angolo pensando al fanciullino e al nido. Ha continuato così finché non ha avuto la possibilità di arrabbiarsi tantissimo con la sorella perché lei aveva deciso di sposarsi e mandare a quel paese sia il fanciullino che il nido... a una certa età raccogliere piume per pulire il deretano del fratello piagnone non è certo il massimo.
Pascoli non importuna le signorine, Pascoli importuna le sorelle.
Ma perché, se non mi piace Pascoli, uso come spunto il poemetto Italy?


Presto detto: innanzitutto, in quanto emigrata, inizio a mescolare le parole e nessuna lingua ne è immune. In seconda battuta ho preparato il gateau di patate e mentre lo preparavo mi sentivo come gli italo-americani di terza generazione che sono convinti che mangiamo gli spaghetti con le polpette, che mangiamo la pizza con l'ananas e il pollo oppure che prepariamo la carbonara o il ragù alla bolognese aprendo una pratica busta di roba solubile (eccetera).

Leggevo la ricetta su internet e pensavo alle mille varianti che si trovano nella mia famiglia, ho chiesto consiglio tramite instagram e ho trovato altre varianti - sia chiaro, ognuna di queste dipende sia dai gusti personali che dalla ricetta di ogni famiglia.
Insomma, più andavo avanti e più modificavo, seguendo la ricetta ed evitando di fare di testa mia, usando gli ingredienti a mia disposizione senza farmi venire un infarto per la mancanza di quegli ingredienti che creano il gateau che ricordo. Un colpo al cerchio e uno alla botte.
Il colpo finale è stato dato da un cespo di broccolo che chiedeva aiuto e non me la sono sentita di abbandonarlo al suo destino.
Questa è la vera storia del mio primo gateau.

Gateau
Ingredienti:
- 1 chilo di patate
- 250 grammi di broccolo
- 1 cipolla media
- 2 dadi
- 80 grammi di grana
- 2 uova
- 200 grammi di formaggio
- prosciutto q.b.
- burro q.b.
- pepe nero q.b.
- noce moscata q.b.
- pangrattato q.b.


Prendete le patate, sbucciatele, tagliatele a tocchetti e mettetele in pentola, immerse in acqua fredda e con un dado, così non dimenticate di aggiungere il sale nell'impasto. Da quando l'acqua inizia a bollire fino alla cottura della patata passano dai 25 ai 40 minuti, quindi usate la vecchia tecnica della forchetta che infilza con furore. Poi scolatele e lasciatele da parte a raffreddare. Tagliate la cipolla più o meno grossolanamente e lasciatela soffriggere in padella mentre mondate il broccolo, dopodiché aggiungete il broccolo in padella e coprite il tutto con sufficiente acqua e un dado (sempre per evitare dimenticanze) e dall'ebollizione calcolate 15 minuti - secondo voi ho messo il timer nella foto tanto per fare la figa, vero? No, è che non voglio diventare pazza. Quando le patate si sono intiepidite potete iniziare a schiacciarle, non mi importa come, forchetta, mixer, schiacciapatate, fate voi. Nel gateau che ricordo, gli ingredienti fondamentali per la sua buona riuscita sono l'uovo sodo a fettine e la mortadella. La ricetta invece dice di mettere le uova nell'impasto (ed ecco perché è meglio lasciar raffreddare le patate: per evitare una frittata in pentola), così sia. Aggiungete un paio di pizzichi di sale per le uova, 50 grammi di grana, un po' di pepe nero e un pizzico abbondante di noce moscata.
Imburrate la teglia e cospargetela con il pangrattato (altro problema, non ho il pangrattato e ho usato la farina integrale, quindi se anche tu come me non hai il pangrattato, setaccia la farina sulla teglia come se fosse zucchero a velo). Dividete il composto in tre parti: a una parte aggiungete il broccolo e alle altre due no (per essere chiari 1/3 più broccolo per la base, 2/3 solo patate per lo strato superiore).
Mortadella, dicevo. Se ci penso mi commuovo. Mortadella mia, torna nella pancia mia, c'è ancora il languore come l'hai lasciato tu.
Non si trova la mortadella nemmeno a pagarla oro (e vi assicuro che me la farebbero pagare tanto), però poco male, la ricetta dice prosciutto cotto, quindi mi piego al volere del popolo di internet e creo uno strato generoso di prosciutto.
Ora toccherebbe alla mozzarella e alla scamorza (ecco un'altra variante nella mia famiglia: eventuale strato di melanzana fritta e provola affumicata al posto di quella dolce), ma a proposito di ingredienti che costano un sacco, qua in Norvegia la mozzarella - se si trova - costa veramente troppo e non è nemmeno della migliore qualità, quindi ne faccio volentieri a meno e decido di usare una busta di mix di formaggi che c'è in frigo. Mix così composto: mozzarella (o una roba che usano qua per coprire la pizza), maasdamer, red cheddar e samsø (il quale, a giudicare dalle foto su internet, sembra simile all'emmenthal).

A questo punto accendete il forno a 180° e coprite con l'ultimo strato di patate, qualche fiocco di burro (ma se possedete un pennello usatelo) e il resto del grana grattugiato. Infornate per 45 minuti e aspettate un 10-15 minuti prima di tagliare il gateau.

Mentre mangiavo la mia porzione, forchettata dopo forchettata, pensavo "beh dai, per essere un gateau preparato senza mortadella, senza provola affumicata e con i broccoli non è nemmeno tanto male".
Tutto ad un tratto mi sono sentita come quegli italo-americani di terza generazione e mi sono sentita male. Poco, perché alla fine il gateau è venuto buono, ma mi sono sentita un pochino morire dentro.

sabato 8 giugno 2013

Non voglio rovinare la nostra amicizia...

Io non sopporto i cani. Non è che non mi piacciano, per carità. Brave bestiuole, tanto carucce, però non reggo il loro atteggiamento da eterni contenti. Mi piacciono ma non li sopporto... Provano ed esternano sempre estremo entusiasmo verso qualsiasi cosa gli capiti. Sembrano degli scout. No, peggio. Sembrano dei coristi folli del campo estivo della parrocchia.
Cacchio che bella questa busta di carta! Adesso la sbrano. 
Ehi vedo che ti sei alzata per andare in bagno, quasi quasi metto le mie zampe sulle tue spalle e ti lecco un po' la faccia con la mia alitosi degna della fiatella mattutina umana. 
E non dico tanto per dire, non mi baso nemmeno su leggende metropolitane, sono cose che mi sono successe ultimamente...
L'altro pomeriggio, per andare nel particolare, leggevo beatamente al sole, seduta come una signorina non dovrebbe mai sedersi, con un gatto che usa il mio piede come cuscino per ronfare. Così, tanto per definire e sottolineare il mio ruolo subordinato nella sua vita: non solo sono quella che versa il cibo nella ciotola, non solo si dà al risparmio energetico usando i miei movimenti col mouse per accarezzarsi da solo, oggi sono anche un cuscino. Mi ripaga con tante fusa, è sufficiente.
Leggevo, dicevo. Beatamente. Felice della mia condizione di subordinata quando all'improvviso sul bracciolo della poltrona sento questa testa sbavante e ansimante.
Il cane, anzi, la cagna, reclama attenzioni - che poi, cagna mi sa tanto di discussione nello spogliatoio degli uomini.
E ti guarda con quegli occhi che ricordano tanto quel conoscente sfigato che ci provava. Quello che alle medie timidamente mette il suo braccio attorno alle tue spalle ma tu ti divincoli. Ma non perché non ti piacesse, è che hai 11/12 anni e vuoi solo giocare a calcio, i maschietti sono solo i compagni di squadra. Farai due più due anni dopo, ovviamente. Glielo leggi negli occhi con sottotitoli a pagina 777 di televideo, sono gli stessi occhi che cercano il momento adatto per provare a baciarti, per tentare l'approccio definitivo... Adesso, adesso, adesso siamo abbastanza vicini e... E tu, che "non vuoi rovinare l'amicizia", lo capisci e ti fai indietro. Porti indietro la testa, il corpo, tanto per essere chiari sposti anche la sedia. Non sai proprio come dirglielo che no, non deve baciarti, in fondo ti fa tenerezza, ma il sesso per tenerezza e pietà è ancora ben lontano.
Ora che ci penso, una volta un compagno di classe mi rispose con un "ah, pensavo tu fossi diversa dalle altre". Solo che io non stavo mentendo, ci tenevo davvero. Probabilmente quando ha smesso di parlarmi 10 anni dopo quell'episodio aveva solo messo in atto la famosa massima della vendetta che è come il gazpacho, un piatto che va servito freddo (no, non è mia, come potete vedere).
Ma non demordono, né i cani, né gli sfigati.
Sono riconoscente agli sfigati, mi hanno sempre dato ottimi spunti per usare e sviluppare la fantasia:
- Esci?
- No oggi no, è l'anniversario del lutto per le uova di chiocciola che le suore hanno lasciato morire in laboratorio in seconda media.
- Facciamo qualcosa?
- No guarda, ho fatto gli esami del sangue e sono in ansia di sapere se li ho passati, quindi non ho dormito molto...

Insomma, eggnnente, alla fine ho fatto "pat pat" sulla testolina del cane e gli ho detto di sedersi, là, a distanza tale da non sbavare su me stessa o sul libro e sono tornata nel mio paradiso cuscinesco. 

Merluzzo panato nel sesamo
Ingredienti:
- 6 tranci di merluzzo
- sesamo q.b.
- 1 busta di zuppa thai al cocco e limone
- 4 cucchiai di farina
- acqua q.b.

Perché preparare una semplice pastella con acqua e farina (2 cucchiai di farina e acqua finché non avete un composto melmoso) quando potete preparare una pastella simile alla quale puoi aggiungere 20 grammi di preparato per zuppa thai?

Appunto, perché?

Innanzitutto perché ho trovato questa zuppa solubile e mi sono domandata che sapore avesse e poi per dare giusto quel qualcosa in più al merluzzo, uno dei pesci meno saporiti del globo terracqueo - non me ne vogliano i banchi di merluzzo che nuotano allegramente qui attorno, non ce l'ho coi loro parenti.
Prendete una leccarda, copritela con la carta forno e tagliate a metà i vostri tranci di merluzzo ai quali avrete già eliminato ogni scaglia. Accendete il forno a 200° e preparate la pastella di cui sopra mescolando i due cucchiai di farina e l'acqua, quindi aggiungete 20 grammi di zuppa solubile (ma la prossima volta magari uso il latte di cocco al posto dell'acqua e niente preparato finto).
Rigirate i tranci nella pastella e poi ricopriteli di sesamo, lanciateli con ghigno beffardo sulla leccarda (il ghigno beffardo serve solo per esprimere la soddisfazione dell'esperimento alla Dr. Frankenstein. Io avrei concluso con un "si può fare", ma mi avrebbero presa per pazza).
Dopo aver impanato per bene infornate per 10 minuti, rigirate i tranci e infornate per altri 10 minuti.
Intanto cosa fate con la pastella rimasta? 
Preparate una salsa per accompagnare il pesce (consiglio anche di preparare del semplice riso in bianco come accompagnamento). Versate il contenuto della ciotola in un pentolino, aggiungete acqua e altri due cucchiai di farina e mescolate, mescolate, mescolate.
Visto che la zuppa sarà speziata e al sapor di limone, per spezzare quelle espressioni da "ho appena morso un limone" preparate anche un'insalata.
A questo punto sono passati i 20 minuti, il pesce è pronto e potete impiattare.
Uno dei migliori esperimenti di tutto il 2013, sentivo il sapore dei piatti thailandesi pur essendo consapevole di aver usato una finta zuppa...

                                               



giovedì 30 maggio 2013

Ambi-guilty

Ho deciso di costituirmi. Vostro Onore mi dichiaro colpevole. Sono colpevole del reato di confusione morfologica ai danni di terzi, autoctoni per di più. Era un piovigginoso pomeriggio nei pressi di Oslo quando ho chiesto una mano - durante lo studio del norvegese - alla vittima.
Dopo aver sparato questa mitragliata di colpi me ne sono pentita, non avrei dovuto, lo so, ma non ci ho visto più e ho dovuto farlo. Ho dovuto, capisce?

- cosa vuol dire annen?
- ah è una vecchia forma per dire secondo 
- sì io ho sempre visto andre effettivamente
- anche se non sono sicuro di sapere da dove derivi...

Lì è iniziato tutto, vedo tutto bianco a causa del lampo (non di genio) e inizio a sparare teorie linguistiche basandomi su lontane e fosche rimembranze. Non sono nemmeno sicura di aver sparato correttamente. Capisce la tragedia intestina? L'urgenza di sparare teorie è più forte dell'acquisita capacità di ricerca. Mi serve un dottore, uno bravo.

- ah ma certo, potrebbe essere perché alla radice an-/ann- viene poi aggiunto l'articolo e voi avete due articoli: uno per maschile e femminile, l'altro per il neutro, quindi forse an+det e an+den hanno dato luogo a queste due forme perché bla bla bla cade la consonante bla bla bla l'altra rotacizza e bla bla bla infine subisce metatesi...
- credo di averti persa qualche minuto fa

Dopo qualche mese in Norvegia sto sperimentando sulla mia pelle tutte le teorie di apprendimento/insegnamento che ho studiato all'università: il mio cervello comincia a sostituire le parole e di solito mi va liscia. La regola è: quello che non capisco con l'inglese, lo capisco col tedesco; questo perché il norvegese è una lingua che si trova in mezzo all'inglese e al tedesco, grammatica semplice (rispetto al tedesco), all'inglese. Morfologia alla tedesca (ma non troppo).
Nella maggior parte dei casi questo metodo funziona veramente bene, anche perché ho la possibilità di rispolverare quel (poco) tedesco colloquiale che conosco; ogni tanto però accade quel magnifico fenomeno analizzato dai Led Zeppelin, noto come Communication Breakdown . Andiamo per gradi, dall'esempio più facile al più spinoso:

Facile: se non ricordo la parola inglese, vado con l'italiano, tanto la parola tedesca si legge come la norvegese.
IT mobilio > EN furniture > DE möbler > NO møbler 

Facile-Medio: qua la questione è spinosa per via delle sfumature di significato, in inglese warm vuol dire tiepido e in norvegese varm si legge come warm in tedesco
IT caldo > EN hot > DE warm > NO het/varm

Medio-Difficile: la parola norvegese derfor si legge come therefore in inglese ma non vuol dire perciò, è un sinonimo di perché.
IT perché > EN why/because > DE warum/weil > NO hvofor/fordi-derfor

Difficoltà massima: in inglese succo di frutta è juice, in tedesco saft. In norvegese trovi bottiglie con su scritto sia juice che saft. Quindi sono la stessa cosa penserete. No. Il succo di frutta è juice e saft invece è un concentrato da diluire in acqua, molto denso. Io ovviamente l'ho scoperto a mie spese
IT succo > EN juice > DE saft > NO saft

Holocod - Schwimmen Macht Frei
Ingredienti:
- 400 grammi di salmone
- 500 grammi di merluzzo
- 3 carote
- zenzero q.b.
- 1 scalogno
- aneto q.b.
- 4 lime

Metti una sera a cena. Metti una sera a cena con una massa di ingredienti da consumare. Tirate fuori i vostri tranci di pesce dal congelatore e metteteli sotto dell'acqua (fredda, a temperatura ambiente, tiepida, va bene tutto). 
Intanto prendete le carote (ndr. qua è successo il primo incidente di sostituzione parole. Volevo dire: potresti grattugiare le carote mentre io faccio altro? E puff, la parola carota è sparita, così come la corrispettiva inglese e tedesca. Ho finito la frase in norvegese.
IT carota > EN carrot > DE karotte > NO > gulrot.) e lo zenzero, grattugiate tutto, tagliate lo scalogno e buttate tutto in padella con un po' d'acqua e del sale. Cuocete a fuoco medio finché non sarà tutto ben cotto. Perché non vi do i grammi di zenzero, chiederete voi. La spiegazione è molto semplice: a me piace molto, quindi più ne uso e meglio è; in questo caso poi ho anche usato lo zenzero fresco, non la polverina.

Mentre le verdure cuociono tagliate la carta stagnola in maniera tale da poter creare un cartoccio per ogni singolo trancio di pesce (nel mio caso otto pezzi) e tagliate i lime a spicchi. Uno spicchio per trancio (il limone va bene ugualmente). Preriscaldate il forno a 200° e prendete una leccarda sulla quale stenderete la carta stagnola. Adagiate il trancio su ogni pezzo di carta stagnola, spremete su il lime, spolverate di aneto e di sale.
Quando le carote saranno cotte dividete il tutto in parti uguali (scusate ma non posso farne a meno, tutto diviso in otto) e ricoprite il pesce. Chiudete i cartocci e infilate la teglia in forno per 10 o 15 minuti.

Come potete notare dalla foto (che trovate pure su instagram) accanto al pesce ho aggiunto un parterre di verdure varie ed eventuali: patate bollite condite con aglio ed erba cipollina, tripudio per dei baci alla francese; broccoli bolliti e saltati in padella con peperoncino e limone; lattuga iceberg che passava di là non sa nemmeno lei perché.
Cosa importantissima che tengo a sottolineare: non è stato usato un filo di olio per preparare tutto questo. No, nessuna pippa mentale su diete pazze: semplicemente non c'era olio di oliva disponibile, quindi invece di affidarmi al detto "piuttosto che niente è meglio piuttosto", ho preferito il piuttosto niente.




mercoledì 22 maggio 2013

Supercazzole prematurate

Lo vede il dito? Lo vede che stuzzica? 


Storie di vita vissuta di italiani all'estero unite a storie di gente che cerca lavoro e scrive supercazzole prematurate, stuzzicando la mia vena polemica. Sottotitolo: maledetti maledetti feed di Facebook che mi permettono di vedere dove i miei appongono commenti. Leggo "ho un curicculum di 10 anni" e penso solo che probabilmente la prima stesura di questo curriculum sia stata effettuata utilizzando Windows XP - voglio dire, anche io posseggo magliette vecchie di 10 anni e questo le rende molto preziose, ma questo non vuol dire che vada in giro indossandole.
Con la grazia e la delicatezza che mi contraddistinguono inizio a perculare il malcapitato con l'amico in questione (da questo momento A sono io e B è l'amico): 

A: di un bambino di 10 anni forse
B: evidentemente manca l'italiano
A: your italian is bad and you should feel bad
B: indeed
A: minchia, quand'è che gli italiani capiranno che il cv alla maniera italiana non va bene all'estero? Maledetti feed e maledetto catanese col cv di 3 pag
A: grz [sto citando il tipo]
B: in che senso alla maniera italiana?
A: scriviamo scriviamo scriviamo scriviamo... più cose scrivi e meglio ti senti
B: eh ma è la maniera americana, dove devi anche dire che giochi a freccette e quindi sei un team player
A: esatto. E per una volta che hai avuto un'idea, automaticamente aggiungi il problem solving
B: una volta stavo facendo i panini col salame e non avevo il salame e ho usato la mortadella, mostrando acute capacità di problem solving
A: una volta volevo preparare il the per 3 persone e avevamo un solo infusore, allora ho proposto di mettere le 3 dosi nell'infusore e di usare una pentola, cioè, sono un genio!
B: una volta ho intasato il cesso di merda e non voleva stasarsi e allora ho fatto fare a mia mamma, mostrando grandi doti di leadership
A: l'ho fatto anche io ma con un piccione... il piccione non voleva allontanarsi e ho fatto fare a mia mamma
B: una volta quando facevo in concierge l'ho leccata a una cliente, dimostrando che per me la soddisfazione del cliente è la prima priorità
A: dovremmo darci alla scrittura creativa di cv... ti spiace se utilizzo queste cose per un post?
B: no no anzi, dovremmo farne di più
A: :D
B: una volta c'era da portare 6 pasticcini a una festa con 4 persone e per evitare liti me li sono mangiati tutti prima, dimostrando capacità matematiche, di problem solving, di leadership, di goal-orientation e pure un po' di genio

- 250 grammi di farina di cocco
- 100 grammi di zucchero
- 250 grammi di mirtilli freschi
- 2 uova
- 60 grammi di maizena

L'altro pomeriggio la mia amica Chiara mi passa questa ricetta perché voleva provare questi dolcetti al cocco e io decido di provarli modificando leggermente le proporzioni e aggiungendo un ingrediente. Questa è la vera storia di quello che è successo in un pomeriggio norvegese.

Innanzitutto dedicatevi al più divertente passatempo del mondo... in altre parole montate le uova con lo zucchero in una ciotola servendovi della frusta. Nella ricetta originale sono previsti 200 grammi di zucchero, mi sembravano troppi e allora ho dimezzato... col senno di poi dichiaro che probabilmente avrei fatto meglio a usare solo 50 grammi di zucchero, quindi se state leggendo queste righe provate a dimezzare ulteriormente la dose di zucchero.

Aggiungete la farina di cocco e la maizena, non c'è bisogno di setacciarla anche perché sono solo 60 grammi, però vi consiglio di evitare di continuare a mescolare tutto con la frusta perché vi ritrovate tutto 
l'impasto ingabbiato. 

Inizialmente volevo modificare la ricetta usando l'uvetta o delle nocciole tritate però poi quando sono arrivata al supermercato ho visto i mirtilli in offerta (beh offerta, 300 grammi a 2 euro). Ho quindi comprato 300 grammi di mirtilli. Lo so, ho scritto 250 grammi per la ricetta ma sfido chiunque di voi a resistere dal mangiarne almeno 50 grammi. Se ce la fate a resistere meglio per voi, avrete più mirtilli nell'impasto e io invidierò la vostra forza d'animo. 

I mirtilli dicevamo, unite i vostri 250 grammi all'impasto. Non c'è nemmeno bisogno di farli appassire in padella in quanto la potenza strabiliante del forno li renderà perfetti.
Continuate a mescolare finché non otterrete un bel composto omogeneo.
Accendete il forno, preriscaldatelo a 140° e prendete una leccarda, adagiatevi un foglio di carta forno.

Se riuscite a fare delle palline buon per voi, io ci ho provato e probabilmente avrei dovuto usare dei pirottini da minimuffin per ottenere delle palline che non si spaccassero come il vaso di Pandora. Ho provato anche a fare delle palle più consistenti ma si aprivano. Allora ho solo schiacciato col palmo della mano le varie palle onde ottenere dei megabiscottoni. Probabilmente la causa è che invece della farina di cocco ho comprato delle scagliette di cocco perché mi facevano più simpatia... Qui arriva il bello: sono maldestra e mentre tentavo di infilare la leccarda in forno non so bene come abbia fatto ma ho creato la scena da film per eccellenza: tutto l'impasto è andato a quel paese, seguendo movimenti tellurici e sparpagliandosi come la tettonica a zolle richiede. 

Ma io sono testarda e ho capito che l'unica maniera per riuscire a portare a termine questa ricetta era di fare la voce grossa: ho spalmato l'impasto per tutta la superficie della leccarda in un'unica soluzione (enorme pancake, chiamiamolo così) e ho infornato. In una decina di minuti dovrebbe essere tutto cotto (stavolta non ho controllato esattamente il tempo, ero distratta, quindi vi consiglio l'antica e nobile arte del "quando sento un buon profumo allora è pronto). 

Tagliate quindi a quadretti o quadrettoni e mangiate. Ora vi sfido a non finire tutti i dolcetti/pezzi di torta in 3 secondi netti.


giovedì 9 maggio 2013

Pressappochismo

Pressappoco [pres-sap-pò-co] avverbio, sostantivo. Sinonimi: trascurato, trasandato, malvestito, malmesso, malconcio, sbrindellato, arruffato, disadorno, discinto, goffo, disordinato, negligente, disattento, noncurante, vittima di approssimazione, faciloneria, imprecisione, leggerezza e superficialità. 
Sì insomma, siamo schiacciati tra l'incudine e il martello e non sappiamo come uscirne. Mi spiego meglio. 

Da sempre sostengo la teoria secondo la quale non è colpa di internet se nel mondo si sono moltiplicati gli idioti, è solo che con internet noi tutti abbiamo accesso alla loro idiozia. Quando non ci sarà più posto all'inferno, i dementi scriveranno su qualche sito. Grazie a internet ultimamente ho notato l'ennesima tendenza agghiacciante: superati ormai i livelli di "non importa la forma se c'è la sostanza" (sbagliato) siamo approdati allo stadio successivo "spero che nessuno si accorga che sono su internet tanto per starci, quindi usufruisco del libero arbitrio in barba sia alla forma che alla sostanza". Altro che esercizi di scrittura, qua si scrive tanto per scrivere, ignorando le più semplici regole di sintassi e punteggiatura, roba da suicidio di massa delle maestre (un e altra senza apostrofi o un e altro con apostrofi, puntini di sospensione che diventano due o quattro ma anche sei, vezzeggiativi degni della demenza che ci coglie quando parliamo con gattini/cagnolini/bambini; senza dimenticare l'onnipresente -s per sottolineare il plurale - in italiano - di parole inglesi. Qui lo dico una volta per tutte: in Italia abbiamo i film e le t-shirt, usiamo le pin e guadagniamo follower, quella -s alla fine delle parole fa molto provinciale che vuole atteggiarsi a metropolitano. Se non ce la fate, usate le parole italiane - anche perché le abbiamo e sono pure belle). Curioso come mi sia capitata sott'occhio questa frase proprio oggi: non si scrive perché si ha qualcosa da dire ma perché si ha voglia di dire qualcosa. Carissimi tutti, Cioran sicuramente non si riferiva a voi.
Qualcuno soleva dire "less is more" e non mi sono mai trovata tanto d'accordo. Io sono una famosa capra informatica, moltissimi dipartimenti IT hanno la mia foto con la scritta "io non posso entrare" ed è per quello che è circa un mese che cerco di capire come inserire i social button ma alla frase "devi usare dei widget" io strabuzzo gli occhi, li butto all'indietro e svengo. Anche per questo motivo ho preferito mantenere una struttura semplice per il mio blog; non voglio ferire gli occhi di nessuno né caricandolo di immagini né tantomeno utilizzando dei caratteri da stupro oftalmico. Ma del resto, ci troviamo nell'era dove è più preoccupante perdere e guadagnare fantomatici followers per i nostri tutorials usando determinati brands, perché preoccuparsi di avere qualcosa da dire?
Spezzo però una lancia (o un'arancia, la vitamina C fa sempre bene) nei confronti di questo tipo di utenza: non è nemmeno interamente colpa loro. I nostri più famosi quotidiani si perdono in un bicchiere d'acqua sbagliando foto di musicisti (sì Repubblica parlo con te, hai sbagliato chitarrista) e scrivendo accorati e lunghi articoli su stupidaggini come la paternità di Fabio Volo o il matrimonio della Valeriona nazionale.
Ed ecco l'incudine e il martello: anche io sono qui, come loro, e ho scritto qualcosa che effettivamente non ha reale valenza, come loro. Anche a me fa piacere sapere che c'è qualcuno che commenta quello che scrivo, ma provo più piacere se ha davvero qualcosa da dire e non lo fa tanto per fare. Ma non temete, non tutto è perduto... In questo mondo che va alla deriva ogni tanto brilla una speranza (e uso il verbo brillare con cognizione). In un mondo dove la sciatteria è la nostra guida c'è ancora qualcuno che si preoccupa del dettaglio. Mi riferisco al vajazzling. Questa nuova moda interamente dedicata alla decorazione delle parti intime femminile tramite brillantini e perline. Già le vedo che esclamano "vorrei una parure da abbinare alla mia frizzy". In altre parole, la frase "se la tira come se ce l'avesse tempestata di diamanti" è diventata realtà.

Crocchette di patate e broccoli
Ingredienti:
- 320 grammi di patate
- 250 grammi di broccoli
- 50 grammi di formaggio
- 3 uova
- 6 cucchiai farina di semola
- 4 cucchiai di farina 00
- müsli q.b.
- sale q.b.
- pepe q.b.


In onore del pressappochismo anche la ricetta seguirà questo filone: avevo delle patate da consumare e non ho trovato tutti gli ingredienti, quindi ho improvvisato.
Sbucciate le patate e tagliatele a tocchetti, lessatele in acqua fredda e aggiungete il sale quando l'acqua inizia a bollire. Lasciatele cuocere finché la forchetta non trapassa i pezzetti di patata così come il forcone di Satana trapassa i dannati. Scolatele e tenetele da parte. Tagliate a pezzetti i ciuffi di broccoli e lessate anch'essi in acqua salata. Scolateli e metteteli da parte.

Schiacciate le patate e i broccoli (basta una forchetta, sennò date un colpetto col robot da cucina) e uniteli in una ciotola capiente; aggiungete il pepe e del sale (se necessario). Quando sarà tiepido aggiungete un uovo e 6 cucchiai di farina (il pangrattato sarebbe l'ideale, ma non ne ho, quindi farina sia). Amalgamate il tutto con un fidato cucchiaio e lasciate riposare il composto per qualche minuto.


Tagliate il formaggio a cubetti. Io ho usato il solito formaggio che si chiama Norvegia, ma se voi avete della mozzarella o del formaggio a pasta filante usate quello che è sicuramente meglio. Preparate 3 ciotoline con all’interno le due uova sbattute, il müsli e la farina 00 (di solito, per una doppia panatura degna degli arancini, si usa il pangrattato o la farina di mais, ma di nuovo, non ho né l'uno né l'altra). 



Prendete la leccarda, copritela con la carta forno e dedicatevi alla parte più divertente della ricetta: riuscire a creare le crocchette senza sporcare il mondo intero e nel minor tempo possibile. Prelevate una cucchiaiata circa di impasto, ponete al centro 3-4 cubetti di formaggio e ricopritelo formando una crocchetta sferica. Passate le crocchette nella farina, poi nell'uovo sbattuto (io mi sono aiutata a rigirarle nella ciotolina con un cucchiaio) e infine nel müsli (quest'ultima operazione potrebbe trasformare la vostra cucina in un campo arato pronto per essere seminato).



Ponete la crocchetta sulla leccarda e dedicatevi alla successiva. Ogni tanto vi ritroverete con le mani coperte di impasto, poco male, aiutatevi col cucchiaio per liberarvene e aggiungerlo a quello nella ciotola. A me sono venute 16 crocchette in tutto e col senno di poi avrei potuto usare più formaggio ma avevo paura di non riuscire a chiuderle.

Preriscaldate il forno a 200° e infornate per 15 minuti. A metà cottura vi consiglio di rigirarle.
Servite le crocchette non appena saranno tiepide, sennò l'ustione di lingua e palato non ve la risparmia nessuno.
Sempre in tema di riciclare il cibo, sappiate che un uovo non basterà per la panatura e due uova saranno troppe, quindi cosa fate con l'uovo rimasto? Essendo già sbattuto avete due opzioni: o preparate un uovo strapazzato oppure una frittatina. Io ho deciso anche di strafare e ho preparato una salsina veloce veloce con 2 cucchiaini di yogurt naturale, 1 di senape e 1 punta di cucchiaino di cumino (pomodorini e cetriolo sono a vostra discrezione).