lunedì 18 febbraio 2013

Symposium of sickness

La febbra, la febbra! Dottore, chiami un dottoreeeeeh!
Un virus a cui non puoi sfuggire ma neanche proprio guarda io ci ho p­rovato gnente!!!
La febbra, la febbra! Febbra...ia, ia, io.
Siamo a febbraio. Per una strana concomitanza di eventi che non riuscirò mai a spiegarmi, mancano dieci giorni alla fine del mese e già abbiamo esaurito tutto quello che c'era da fare in questo mese. Che è il mese di febbraio (bravi siete stati attenti).
Nell'ordine:
1. la festa in onore della patrona delle fighe di legno 
2. San Valentino, che volendo è anche un po' la festa delle fighe di legno
3. Carnevale, la festa durante la quale le fighe di legno hanno la scusa per travestirsi da non fighe di legno (peccato però che il detto latino "semel in anno licet insanire" non funzioni più, quindi alla fine se la tengono ben stretta)
4. Sanremo, la cui unica utilità negli anni era stata testimoniare la presenza del compleanno di mia madre durante uno dei giorni della messa in onda. Quest'anno me l'hanno anticipato e io come faccio? Porgo i miei auguri di compleanno alla genitrice da giorno 23 a giorno 28 sperando che non se ne renda conto? 
Se volete trovo una connessione sanremese con le fighe di legno ma mi devo impegnare troppo e non ho voglia. 
Carnevale, quindi, che si parli del carnevale! Sarebbe stato certamente più figo e più utile parlare dei Saturnali, ma a quanto pare parlare di riti orgiastici in questo mese di celebrazione della lignea vulva non si può, indi poscia per cui questo abbiamo e di questo parliamo. Qua in Norvegia non ho visto il carnevale. Niente costumi, niente dolci, niente di niente. La spiegazione è così semplice che nemmeno ve la fornisco. Però io ho sentito la necessità delle chiacchiere e mi sono detta "ohibò e cosa ci vorrà mai per preparare questa tipica prelibatezza carnacialesca?".

Storie di vita vissuta, episodio n+1.
Da brava appartenente alla generazione Web 2.0 ho cercato diverse ricette su internet, le ho confrontate e sono andata a fare la spesa.
Non trovo il burro, questo perché non ricordavo la parola "burro" in norvegese e perché qua la confezione del burro sembra quella della nostra margarina e viceversa. Ho anche preso in mano un paio di prodotti per leggere gli ingredienti ma niente. Ok, dico tra me e me, non disperiamo, userò la margarina, suvvia.
Lo zucchero a velo, dov'è lo zucchero a velo? Questo è zucchero normale, questo è zucchero di canna, queste sono palline di zucchero da decorazione, questo "Vaniljesukker" non fa proprio al caso mio, quanto aroma di vaniglia vogliamo mettere in queste chiacchiere? Dove diamine tengono lo zucchero a velo? Scoprirò un paio di giorni dopo che l'ultimo citato è proprio lo zucchero a velo e che di aroma di vaniglia non ce n'è poi così tanto. Peccato. 
Impasto, mi dimentico di grattugiare la scorza di limone (aroma da usare in alternativa alla vanillina che non ho) e penso "non è nulla, nell'impasto non c'è il burro, lo zucchero a velo non ce l'hai, la grappa nemmeno - e per fortuna che c'era della vodka sennò avrei usato il centerbe - e non sarebbe stata certamente la scorza di limone a farti rientrare nel club dei puristi della chiacchiera". Mentre l'impasto riposa inizio a preparare la cena e dico alla mia amica "adesso, non per fare la persona ancora più pigra ma... vogliamo metterci a friggere?". Morale della favola, all'urlo di "ricetta rutta, rumpila tutta" decidiamo di mandare ulteriormente a quel paese le chiacchiere ed ecco perché vi propongo questi...

Simposi
Ingredienti:
- 500 gr. di farina
- 100 gr. di margarina
- 6 gr. di lievito
- 70 gr. di zucchero
- 3 uova intere e 1 tuorlo
- 25 ml di vodka
- farina di cocco

Setacciate la farina assieme al lievito su una spianatoia (oppure fate come me e usate una ciotola) nella classica forma a fontana; ponete al centro la margarina, lo zucchero, le uova e mezzo bicchierino di vodka. Lavorate bene gli ingredienti fino a formare una bella palla di impasto liscio ed elastico. Siccome volevo fare le cose per bene ho anche impastato per una decina di minuti sul tavolo prendendo la palla di impasto a schiaffi (nota bene: se quando la schiaffeggiate fa rumore di chiappa allora siete sulla buona strada), dopo aver giocato a Hello Spank la lascerete riposare avvolta nella pellicola trasparente in luogo fresco per almeno 30 minuti. Sadomaso a go go. Dividete la pasta in quattro parti e iniziate spianarla con un mattarello in modo da ottenere una sfoglia dello spessore di 2 mm (ah non avete il mattarello? Usate una bottiglia di vino, no?).
Tagliate le vostre chiacchiere secondo l'antica e altamente rituale tecnica dei coltelli volanti. Se fossero state chiacchiere avrei tagliato tutto con molta cura, a striscioline dal bordo frivolo e smerigliato, ma questi sono simposi, sono seri e non si curano dell'aspetto esteriore. Non ho capito perché le ricette dicevano di praticare una o due incisioni ma non costava nulla farlo. Preriscaldate il forno a 180°, poggiate i simposi su una teglia rivestita di carta forno e infornate per 15 minuti o finché non vi sembrano cotte (ho l'impressione che dipenda dal forno, quindi regolatevi).
In mancanza dello zucchero a velo e anche in mancanza della frittura ho agito d'istinto, ho agguantato la  farina di cocco e ho deciso di usarla come decorazione. Tanto è bianca, no?
La mancanza di frittura inficia quest'operazione, allora prendo un po' di acqua, un po' di zucchero e creo una leggera bagna (non cauda) nella speranza che funzioni. Come vedete ha funzionato.
Per gustare correttamente i vostri simposi dovete indossare un monocolo e sorseggiare il the senza alzare il mignolino - ve lo taglio quel mignolino - ma con tanta arroganza.

lunedì 11 febbraio 2013

Da tante cose dipende la celebrità del cinematografo

O almeno, questo direbbe il millantato inventore dell'italico idioma se catapultato ai giorni nostri.
Ma questo non è un post con una filippica contro Manzoni, anche perché chi mi conosce sa già come la penso e raccogliere consensi su uno degli autori più odiati dagli italiani (ma solo perché siamo costretti a studiarlo a scuola) sarebbe fin troppo facile. Facile come bere un bicchiere d'acqua, come rubare un omogeneizzato a un bambino, come venire a conoscenza delle unghie spezzate mentre si indossa l'unico paio di collant 20 denari in nostro possesso, ed è domenica pomeriggio. E scusate se avrei preferito usare un anacoluto.
L'argomento di oggi nasce dall'incrocio di due situazioni comunissime, roba che Mendel ha poggiato la sua sapiente mano sulla mia spalla e annuisce, compiaciuto - Mendel, ammettiamolo, hai solo incrociato i piselli per far sì che tutti ricordassero il tuo lavoro di scienziato e insabbiare così la tua fallita carriera di pornoattore.
Situazione 1 - gente in aeroporto che chiacchiera del più e del meno a volumi inusitati.
Situazione 2 - però era meglio il libro - ultimamente becco solo film tratti da libri

La gente è stupida. La gente è stupida e capisce le cose come preferisce. Oppure la gente è stupida e non capisce le cose. Mi trovo seduta nel bus navetta in attesa degli ultimi ritardatari e accanto a me ci sono queste due 30enni in partenza in versione Girl Power. Nulla di strano finché una delle due chiede "che libro stai leggendo?", l'altra solleva il volume, mostra l'autore, tale Michael Cunningham. Ma sì, avete presente quello che ha scritto il libro Le Ore da cui hanno tratto successivamente il film? Lui. La tipa tenta di spiegare all'amica chi fosse questo Cunnigham e questo è più o meno quello che ho sentito:
"Ma sì dai, anni fa ho visto questo film con Colin Farrell. Lui e l'amico crescono assieme però vengono entrambi da famiglie disagiate, cioè troppo devastate *tono schifato snob*, roba che non puoi fare crescere così i bambini e poi capisci perché fanno strane cose. Pensa che nel film hanno dovuto anche censurare il coso di Colin perché troppo grande *risatina isterica*. Sì e poi lui si innamora di una, ma anche l'altro si innamora di lei, solo che l'altro è gay quindi ama anche lui, e lui ricambia. E poi niente vanno a vivere tutti assieme, assurdo. Poi alla fine un giorno lei va via ma si capisce che non torna.".
Curioso, la trama mi ricorda certamente qualcosa eppure non tutto mi è chiaro, curioso.
Faccio due ricerche appena possibile e in realtà il film era sì tratto da uno dei libri di Cunningham (Una casa alla fine del mondo) ma la signorina non aveva capito niente, ma niente eh, ha mischiato le sue impressioni con la reale trama e la brama di augello di Farrell presa da un altro film. Sì, la gente è stupida e io voterò sempre sì per il Darwinismo. Sociale, in questo specifico caso.
Per la cronaca, questo è quello che avrei dovuto
 fare durante la visione de "Lo Hobbit"
Questo mi porta automaticamente alla seconda situazione: non capisco se sia più facile trarre sceneggiature da romanzi - in maniera tale da incrementare anche le vendite dei libri e illudere il popolino che stia leggendo qualcosa di buono - oppure se gli sceneggiatori siano ancora in sciopero dal 2007. Nei casi più fortunati è lo scrittore stesso che mette mano alla sceneggiatura, nei casi più nefasti devastano il senso del libro e lo semplificano per far sì che gente come quella citata qui sopra non si confonda più di tanto - ma si confonde lo stesso, quindi tanto vale...
Ho fatto la snob e l'arrogante a sufficienza per questo lunedì, direi che sia l'ora di ritirarsi nella stanza in cui vale la pena stare, la cucina.




Polpette di lenticchie:
Ingredienti:
- 200 grammi di lenticchie
- 1 uovo
- 1 cucchiaino di cumino
- spruzzata di pepe nero
- pizzico di sale
- 6 cucchiaini di farina
- 1 cucchiaio di olio

Cosa fai quando hai voglia di polpette e non hai carne a casa? Esci e vai al ristorante. Oppure prendi una scatola di lenticchie, scoli il contenuto e unisci un uovo, un pizzico di sale, del cumino e del pepe nero. Capirete anche voi l'inesistente premeditazione del piatto, perché in casi contrari avrei messo a bagno le lenticchie secche già il giorno prima - ma sapete com'è in questi casi: massimo risultato col minimo sforzo.
Innanzitutto vedo e prevedo una 20ina di polpette, poi prevedo che avrete voglia di preparare dell'ottima salsa all'aglio (ma poca, tipo 2 cucchiai di maionese e 2 di yogurt, così non ne avanza). Preparate prima la salsa all'aglio e ponetela in frigo.
Prima di procedere con la miscela di questa babilonia di ingredienti vi consiglio di preriscaldare il forno a 180°. Dopo aver sapientemente mescolato tutti gli ingredienti - mi raccomando, la farina all'ultimo. Perché la farina? Per donare un minimo di consistenza in più all'impasto  (ah, se non volete mettere il cumino fatti vostri, per me potete aggiungere quello che vi pare, malfidenti) - create delle polpettine sulla carta forno (questa è strafiga, lavabile e riutilizzabile). Non serve oliarla in precedenza in quanto avrete aggiunto l'olio al paciugo.
Infornate per 10 minuti, girate le polpette, infornate per altri 10 minuti. Intanto preparate l'insalata ed è inutile che vi dica di condirla, tanto userete la salsa all'aglio anche per quello.
Questa ovviamente possiamo definirla una variante vegetariana alle polpette di carne. Io non sono vegetariana, ci tengo a puntualizzarlo... Una versione vegana penso che potrebbe essere creata con una pastella di farina e latte di soia, ma non posso garantire il risultato (anche se sono sicura che il mondo sia pieno di blog vegani con alternative che aborro).
Il punto forte di questa ricetta è che in 30 minuti avete la cena (o il pranzo) pronto. L'importante è coordinarsi: salsa all'aglio > polpette > durante la cottura si tagliano le verdure per l'insalata > impiattare.
Per la realizzazione di questo post non è stato ucciso nessuna band inglese, si è ascoltato l'ultimo album dei Portishead il quale, nemmeno a dirlo, si chiama Third.

mercoledì 9 gennaio 2013

Scrivere è/e trascrivere. Ti voglio bene, Gender.

Scrivere è trascrivere. Anche quando inventa, uno scrittore trascrive storie e cose di cui la vita lo ha reso partecipe: senza certi volti, certi eventi grandi o minimi, certi personaggi, certe luci, certe ombre, certi paesaggi, certi momenti di felicità e disperazione, tante pagine non sarebbero nate - Claudio Magris.

Questa è una storia disonesta, questa è la prima storia del 2013. Ma soprattutto, questa non è una storia inventata. Questa è una storia dell'interpretazione di certi fenomeni, scritti, in movimento, orali... Perché Dante e Virgilio? Perché rappresentano l'acme della possibilità dell'interpretazione e io, novella Virgilio, vi guiderò nei meandri dei miei pensieri contorti.
Questa storia parte dai gender studies e da quanto io li disprezzi. Sento spesso lamentare del fatto che la lingua sia maschilista. Sì, e allora? Fatevene una ragione, per Diana! Voglio dire, ci sono solo due generi (vi prego, comunità lgbt, non scagliarti contro di me) e la lingua non ha scelto di essere maschilista e non è una ragione sufficiente per deturparla declinando le parole a nostro piacimento - anche perché sennò io da domani inizio a dire "la sola" o "il luno" perché preferisco usare i generi alla maniera tedesca. Femministe dell'ultima ora, fermatevi! E ve lo chiedo soprattutto perché, col vostro braccio alzato, mentre state brandendo le idee (non sia mai un mattarello che fa male sul serio), riesco a vedere che non vi siete depilate le ascelle. Ugh. Che poi non è nemmeno difficile ragionare in maniera lineare e se solo Doris Lessing potesse sentirvi, sono sicura che vi lancerebbe addosso dei Tampax usati. Oh, a proposito di autori misinterpretati... anche il povero Ezra viene spesso citato da destrorsi e se lo sapesse sono sicura che vomiterebbe nei loro condotti uditivi. Tornando al canovaccio del discorso incentrato sull'interpretazione di alcuni segnali e dell'appartenenza o meno a un determinato genere, siamo oggi qui riuniti per ricevere tra noi una notizia che ne ha dell'incredibile: il torcicollo appartiene alle donne. Cercherò di essere più specifica: il torcicollo appartiene alle donne con le tette. Seguitemi ancora più in profondità: il torcicollo appartiene alle donne con le tette grosse. Novelli Indiana Jones, siamo quasi arrivati al tesoro: il torcicollo appartiene alle donne con le tette grosse e rifatte. Stando ai dati forniti da una bellissima televendita, a quanto pare le donne che hanno deciso di sottoporsi alla mastoplastica additiva soffrono di questa gravissima patologia. Siccome il detto "chi bella vuole apparire un poco deve soffrire" non si confa al nostro secolo, le nostre beniamine non dormono supine né prone per evitare questa fastidiosissima patologia ma si affidano all'aiuto di un nuovissimo ritrovato scientifico. Perché non mettere tra le tette un cilindro? E perché non mettere tra le tette un cilindro che vibra? Eh? Perché? Io che tette non ne ho devo trovare una soluzione primitiva, tipo un cuscino o qualcuno che mi sciolga la contrattura.
Signore, non so voi ma io preferivo di gran lunga la pubblicità del massaggiatore da schiena sul Postalmarket...

Scaloppine con senape e miele
Ingredienti:
- 6 fettine di lonza di maiale
- farina q.b.
- burro
- 1 dado
- acqua q.b.
- 2 cucchiai di senape
- 2 cucchiaini di miele
- 6 fettine di melanzana
- timo q.b.

Prendete le vostre fettine di lonza e se vi sembrano troppo spesse (e volentieri), battetele. Però con gentilezza, sennò si offendono. Infarinatele con cura. No, non ho fatto foto di questo procedimento perché mi sembrava un insulto alla mia intelligenza. Prendete una padella, larga - sì, quella più larga va benissimo - e mettete a scaldare del burro. Ponete le fettine in padella e rigiratele di tanto in tanto finché non si sarà creata una simpaticissima crosticina. A questo punto mettetele in un piatto e passate alla preparazione del sughetto. Nella stessa padella sbriciolate un dado e aggiungete un dito di acqua. In teoria, se non volete aromatizzare ulteriormente le scaloppine, avete finito qui. In realtà no. Quando il dado si sarà disciolto aggiungete la senape (io ne ho messi due cucchiai, ma se volete che si senta più o meno sarà una vostra decisione) e un paio di cucchiaini di miele (anche qui, fate come volete, però il mio consiglio è di mantenere più o meno queste proporzioni). Mescolate con cura e rimettete le fettine in padella, a fuoco basso, finché il sugo non si sarà rappreso secondo il vostro gusto.

Adesso mettete le scaloppine e il sughetto da parte e passate al contorno. Nella stessa padella disponete a stella le fettine di melanzana (se non le mettete a stella vengono meno saporite) con qualche cucchiaio del sugo di cui sopra e una spolveratina di timo.
Quando la parte a contatto con la padella vi sembra rosolata a dovere ripetete l'operazione: disposizione a stella, sughetto e timo. Lasciate sul fuoco (basso per carità di dio, sempre basso) finché non vi sembrano cotte.
Servite con gioia et giubilo. Ah, come vedete io ho aggiunto un contornino di fettuccine con verdure (funghi, spinaci, carote), ma non è quello il punto di questa ricetta. Il punto è: quella sera avevo voglia di cucinare e di qualcosa di sfizioso... mi sono detta "cosa posso fare?". Ho aperto la dispensa e il frigo e ho trovato la senape e il miele. Tentar non nuoce. Vi assicuro che sono una doppia libidine.
Ah sì, dimenticavo, il blog compie un anno proprio questo mese...
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venerdì 30 novembre 2012

Ed è finita a feticcio, una stagione dopo

Mi sembra d'uopo fornire una spiegazione sul titolo degli ultimi due post per i nondialettoparlanti. C'è un modo di dire delle mie parti  che viene utilizzato quando si vuole intendere che qualcosa è andato storto, o male. Tale modo di dire  è "è finita a feto". Il resto potete immaginarvelo. Tutta questa manfrina di due post sul feticismo che ho sviluppato verso determinate pellicole è solo un'abile mossa per fornirvi una ricetta. Ebbene, l'altra volta ho solo introdotto la questione, stavolta vengo coadiuvata da questo gioviale Babbo Natale che si chiede come mai, già alla fine di Ottobre, sia possibile trovare decorazioni decembrine. Io dico no alle stelline, al rosso, al dorato e al pungitopo prima dell'inizio di dicembre, anche perché mi fa un po' specie passare la festa di Ognissanti canticchiando "leeescrismas aigheiviu maihart". Da un lato si sa che dopo Ferragosto il Natale è alle porte, quindi perché iniziare qualsivoglia dieta, dall'altro mi sembra di vivere in un mondo di zombie dove io, appena tornata su dalla mia fossa, regalo il mio cuore a qualcheduno, al primo che passa. Torniamo ai film che devo vedere ogni anno. Vi chiederete perché mai non vi dono la lista dei libri che leggo ogni anno (sì, lo so, se non svio dall'argomento principe ogni due righe non sono contenta) e la risposta io ve la do: leggo un solo libro ogni anno ed è la mia unica tradizione natalizia (La freccia nera n.d.r.) e in un'ora e mezza riesco a rivedere un film, coi libri impiego più tempo. Per l'appunto, i film. Sono sul filo del rasoio sia per fornirvi la lista dei film che guardo ogni anno in preparazione ad Halloween (e no, non starò qui a spiegarvi perché la concezione di festa americana sia totalmente erronea) che per regalarvi l'esperienza dolciaria migliore della vostra vita - o, quantomeno, quella migliore da preparare a casa una volta l'anno. Sarò banale - sì - ma ogni anno guardo in fila per tre col resto di due: Beetlejuice (1988, con una giovanissima Winona Ryder), un inedito Tim Burton pre-era Johnny Depp, seguito dalla tripletta Edward mani di forbice (1990), Nightmare Before Christmas (1993) e Il mistero di Sleepy Hollow (1999). Per variare un po' torno indietro nel tempo e ripesco un film della Disney con una giovane e sconosciuta Sarah Jessica Parker e una altrettanto sconosciuta (e molto molto molto giovane) Thora Birch - avete strabuzzato gli occhi ed esclamato "chi?", dai su che la conoscete, è la figlia di Kevin Spacey in American Beauty - adesso avete detto "aaaaaah" annuendo -; il film in questione è Hocus Pocus (1993) e nemmeno io ricordo quante volte l'ho visto coi miei fratelli. Concludo in bellezza con La sposa cadavere (2005) e Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street (2007) - ancora ricordo con stupore le ragazze al cinema che non avevano idea di cosa aspettarsi e che nemmeno a metà film si sono alzate e sono andate via, schifate. Troppo sangue. Sangue finto. Talmente finto che nemmeno era salsa di pomodoro, aveva la consistenza del Lacquer Rouge Carat della Chanel. Lista dei film per la festività in questione conclusa, torniamo all'argomento principe ovverosia l'incalzare delle festività che ci impedisce di godere appieno bla bla bla bla. Tutte palle. Tutte storie. Tutte manfrine. C'è una cosa che devo fare ovunque io mi trovi: mangiare le Rame di Napoli nel periodo compreso tra l'ultima settimana di ottobre e la prima di novembre. Questo perché è ancora l'unica cosa, assieme alle chiacchiere carnascialesche, che si trova in determinati periodi. Per cui non esiste festa dei morti senza le Rame di Napoli (per la cronaca non ho ancora capito perché si chiamino così, visto che a Napoli non hanno idea di cosa siano). La ricetta originale prevede un velo di marmellata di arance tra il biscotto e la glassa, quindi se avete voglia, usatela però, percaritàddiddio non sostituitela con la Nutella.

Rame di Napoli
Ingredienti:
- 1 kg di farina 
- 500 grammi di burro
- 500 grammi di zucchero
- 6 uova
- 8 cucchiai abbondanti di miele
- 250 grammi di cacao amaro
- 30 grammi di lievito
- 2 bustine di vanillina
- 2 bicchieri di latte
- 2 limoni
- 6/8 chiodi di garofano
- 2 cucchiaini di cannella
- 800 grammi di cioccolato fondente

Ammorbidire il burro e lavorarlo con lo zucchero (con un cucchiaio di legno, una frusta a mano oppure con le mani) fino a farlo diventare cremoso; aggiungere la farina e le uova. Impastare tutti gli ingredienti come per una normale frolla. Anche per questo motivo è bene impastare sin dall'inizio con le mani. Attenzione: sono previsti cirrostrati di farina sui vestiti, sul tavolo, sugli altri ingredienti. Non disperate, è normale.
Aggiungere il cacao setacciato e continuare ad amalgamare gli ingredienti (con un cucchiaio o le mani). Aggiungere il miele e la vanillina. Attenzione, se avete già notato una rivolta con nuvole di farina, il cacao farà la stessa cosa. Sono previsti quindi cumulonembi di cacao sui vostri vestiti. Il composto vi sembrerà piuttosto duro ma non disperate, non aggiungete altre uova o ulteriore burro. 
Intanto scaldate il latte con la buccia dei limoni, la cannella e i chiodi di garofano.
Quando si è intiepidito filtrate e aggiungete il lievito precedentemente setacciato (attenzione perché il lievito tende a reagire, aumentare e fare la schiuma). Attenzione di nuovo, dopo il cumulonembo di farina e il cirrostrato di cacao, anche il latte potrebbe pensare di creare una precipitazione. Continuate a non disperare e impastate. Il composto alla fine dovrebbe risultare cremoso.
Per fare la forma delle Rame basta prenderlo a poco a poco e lavorare le palline con due cucchiai a formare delle polpettine allungate (traduzione plebea della quenelle).
Distanziate le polpette, poiché in forno tendono a lievitare e se non c'è spazio a sufficienza si attaccheranno tra di loro. Vanno in forno preriscaldato a 180° per 10/12 minuti.
Come ultimo passo sciogliete a bagnomaria il cioccolato fondente precedentemente spezzettato e, per evitare che si addensi troppo, mettete un po' di burro. Bagnate le rame superiormente e guarnite con pistacchio in polvere (se ce l'avete, sennò fate senza come me, non muore nessuno). 
Lasciare addensare la glassa e servire. Con questa dose sono riuscita ad avere quasi 80 biscottoni.







sabato 3 novembre 2012

Ed è finita a feticcio


Una volta la vita era scandita dalla ciclicità di alcuni fenomeni come la presenza (o meno) di alcuni tipi di frutta e verdura. Tale reperibilità spesso influenzava anche la preparazione dei proverbiali piatti tipici. Il piatto tipico di solito veniva anche associato a una determinata festività. (certo, accadono cose strane come trovare tra le pietanze estive una focaccia rinforzata e ripiena di formaggio e salame, cotta in compagnia di strutto e pancetta solo perché i fiori di sambuco si trovano solo in estate, ma non sindachiamo le stranezze della natura sennò mi tocca chiamare nuovamente Superquark e sono in tanti e ho appena pulito, non ho le pattine per tutti). Poi è arrivata la televisione.E la pubblicità.E i film, sempre quelli, sempre negli stessi periodi. Era bello quando dopo ferragosto iniziavano a trasmettere la pubblicità degli zaini, degli astucci, dei diari (cito utilizzando il lessico imparato a memoria durante i duri anni della gioventù tra un cartone animato e un altro). No non era bello, perché ti ricordava che di lì a poco sarebbe ricominciata la scuola; col senno di poi (di adesso) mi permetto di dire che era meglio prima, perché adesso finisce la scuola e già a metà giugno ricominciano a bombardare i giovini virgulti con le réclame dei loro beniamini (da leggere con tono da vecchia nostalgica, sottotitolo "si stava meglio quando si stava peggio e potevamo anche lasciare le porte aperte"). Ma non divaghiamo, torniamo alla nuova ciclicità degli eventi scandita dalla televisione e come questa stia ancora influenzando in qualche maniera la mia vita. Non passava natale senza aver visto Il piccolo Lord (classe 1980), Mamma ho perso l'aereo (1990), Pomi d'ottone e manici di scopa (1971, con una rampante Signora in giallo). Menzione speciale per il 24 o il 25 dicembre, tanto per fare tardi al pranzo o alla cena: Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (a scelta tra l'originale del 1971 oppure il remake del 2005). Qualcuno mi dice che ogni anno trasmettono Una poltrona per due, ma io non l'ho mai visto, quindi non posso garantire la veridicità dell'affermazione. Infine, visto che tra il piccolo Fauntleroy e il nuovo Willy Wonka ci troviamo nel regno del caschetto, mi permetto anche di scatenare i vostri incubi con Fantaghirò, una bellissima serie fantasy dagli effetti speciali strabilianti che, negli anni, è stata declassata dalla prima serata, al pomeriggio, per poi passare a serie notturna. Insomma tutta questa pappardella per dirvi due cose: io ogni anno devo guardare una determinata serie di film (non temete, ora li elenco) e che tutto il mondo è paese, quindi questa lista di film natalizi è uguale dappertutto.
Siccome non sono assolutamente un tipo abitudinario non ho idea di quali siano i film che ogni anno devo vedere e non ho sviluppato una tendenza al feticcio filmografico, pena il senso di colpa che va ad alimentare il reflusso gastroesofageo, con conseguenti bruciori di stomaco, tosse e quant'altro.
Quest'estate non ero in Italia, quindi non ho potuto godere della consueta programmazione televisiva. Un giorno di ottobre come un altro mi sono resa conto di aver saltato la visione di Dirty Dancing. In effetti mi mancava qualcosa, quel senso di soddisfazione nel vedere la bruttina seria di turno che riusciva a sopravvivere al villaggio vacanze pullulante di animatori, imparare a ballare e così ad attirare nella sua tela l'aipoche istruttore di ballo trasformandolo nel salvatore della patria con tanto di frase ad effetto 
"Nessuno può mettere Baby in un angolo" (respirate, non ho messo la punteggiatura apposta per alimentare la suspance). E non ho nemmeno visto Sapore di mare, filippica delle estati in Versilia, tra balli di gruppo e gruppi di giovani che cantano canzoni del tempo che fu, quando ancora il De Sica figlio non si era del tutto rimbambito. Spettacolare revival culminato dalla battuta di carattere dadaista-filosofico "Pizza fredda e birra calda, sempre tutto al contrario" messa in bocca alla Giorgi durante un simposio in compagnia di un Massimo Ciavarro che passava di là. Questo mi porta indietro nel tempo, alle mie vecchie estati passate rinchiusa nella casa di montagna e con una tv (non vi dico la cultura di commedia sexy all'italiana che mi sono fatta) e con i conseguenti film: Grease, la storia più vecchia del mondo (fai il bullo con gli amici, prendi una donna, trattala male, lei per il dolore si trasforma in un troione e tu torni da lei); Il tempo delle mele, ovvero come instillare l'odio verso la Francia con questa adolescente troppo figa che limona (mentre tu figa non sei); Laguna blu, perché se con Georgie non eravamo riusciti a capire bene l'incesto tra fratelli non consanguinei, qui stiamo proprio mettendo le cose in chiaro (punto di merito però perché solleva l'annosa questione del menarca). E a proposito di adolescenza, non poteva certamente mancare la doppietta Sixteen Candles e Pretty in Pink (rispettivamente 1984 e 1986): questi li trasmettevano a distanza così ravvicinata che li ho sempre confusi creando delle commistioni di trame e attori che non vi dico.
Per queste due stagioni è tutto, andate in pace. O in cucina.


Lasagne con salmone e porro
Ingredienti:
- 1 uovo
- 1 bicchiere di farina
- 1 bicchiere di latte
- aneto q.b.
- 1 confezione di salmone affumicato
- 1 porro
- 2 confezioni di panna
- pepe nero q.b.
- noce moscata q.b.
Mescolate l'uovo con il bicchiere di latte, quindi aggiungete la farina setacciata. Mescolate con cura e prestando attenzione: il grumo è sempre dietro l'angolo e non ci sono le Tartarughe Ninja a salvarvi. Aggiungete l'aneto all'impasto e un pizzico di sale (quanto aneto? Quanto vi pare). Lasciate il composto a riposare per un'ora, coperto e in frigo.
Perché vi faccio preparare il composto per le crêpes? Perché avevo voglia di lasagne e non avevo voglia di impastare o di andare a comprare le lasagne precotte. Scaldate un po' di burro e iniziate a preparare le vostre crêpes (io che non possiedo una padella antiaderente e il detto afferma che "chi nasce tondo non muore quadrato" e allora ho preferito farle direttamente a forma di teglia, un mestolo e mezzo di composto all'incirca).
Giratele da un lato, dall'altro, cuocetele per bene. Io le ho fatte un po' più spesse, voi potete usare meno impasto e creare più strati di lasagna.
Quando avete finito con le crêpes passate al porro: mondatelo, tagliatelo a fettine sottili, stufatelo in padella con un po' di dado finché non sarà morbido.
Composizione della lasagna con dovuta premessa: lo so che avrei dovuto preparare la besciamella ma non avendo gli strumenti adatti come una buona pentola e una bilancia, la prima volta che la preparo qua preferisco farla per bene e non quando non ho voglia di uscire a comprare ulteriori ingredienti. Prendete la panna e aggiungete della noce moscata tanto per illudervi come me di avere della besciamella. Quindi spalmatene un po' sul fondo della teglia, aggiungete una crêpe, il salmone, nuovamente la panna e il porro. Continuate così finché volete. Ultimo strato di panna con spruzzatina di pepe nero e infornate a 200° per 15 minuti.

domenica 14 ottobre 2012

Age of consent - Ho l'età o non ho l'età

So di non essere da sola, lo sento. So di non essere l'unica che si rende conto di pensare o agire in determinate maniere per poi sentire una vocina nel cervello esclamare "machedavero?". Sì cavoli, davvero. E adesso mi rendo conto che tutto inizia qualche anno fa quando decido che non potevo più fare la vita da universitaria dissoluta e che dovevo mettermi di buzzo buono per laurearmi: basta uscire ogni sera e tornare a orari improponibili, ci si alza la mattina a orari decenti e si va in emeroteca a studiare, niente uscite infrasettimanali, si esce il venerdì, o il sabato, una sola volta a settimana sennò "poi mi stanco troppo e la mattina chi si alza per studiare?". Primi segnali di anzianità rispetto al liceo, quando si andava a dormire quando albeggiava perché The Sims ti aveva tenuta sveglia tutta notte, e chi se ne frega se dormo solo 3-4 ore, sono giovane, ce la faccio. Segnali che avevo ignorato perché pensavo fossero una conseguenza della decisione di cui sopra. Adesso però sto facendo due più due e mi sto terrorizzando. Sto diventando grande, a tratti sto anche diventando vecchia...
Atto I: sono le sei e mezza del mattino e io sto camminando per raggiungere la fermata dell'autobus bardata di tutto punto perché ci sono 15 gradi e devo raggiungere le mie vacanze. Mentre cammino un pensiero si fa strada improvvisamente "ma non ho spazzolato la giacca". Problema I: quando mai prima ti è mai importato dei pelucchi sulla giacca o sui pantaloni? Ma tant'è, faccio outing: ho comprato la spazzola per i vestiti, una cosa che avevo sempre usato a casa ma che mai avrei pensato di comprare per me. La spazzola iniziamo a usarla perché si è grandi o perché si è vecchi?
Atto II: osservo le mie scarpe e penso che il loro colore sia un po' spento. Problema II: è una vita che quegli anfibi chiedono pietà e di essere lucidati e tu no, imperterrita. Altra confessione: ho comprato il lucido per scarpe. Non per gli anfibi, sia chiaro, ma per le scarpe che uso al lavoro, gli anfibi sono la mia comfort zone, la mia coperta di Linus, la certezza che ancora non sono troppo vecchia, quindi sporchi sono e sporchi rimangono. Il lucido da scarpe ci serve perché si è grandi o perché si è vecchi?
Atto III: classica unghia rotta, classica situazione in cui indossi i collant e temi di dilaniarli in una maniera che nemmeno i Sex Pistols avrebbero potuto. Epifania! Problema III: jeans strappati? Maglie bucate? Signori perdonatemi ma ho comprato un kit da rammendo. Il pensiero di un bottone mai più riattaccato o di una calza lievemente bucata mi ha donato brividi per tutto il corpo. La necessità del kit da cucito è sintomo di maturità o di anzianità?
Atto IV: sempre in tema di scarpe sto diventando sempre più Cenerentola. No, niente scenari romantici, semplicemente ogni 2 minuti rischio di cadere in ogni punto dell'ufficio perché, dopo anni di scarpe da tennis e anfibi, sono abituata a camminare non curandomi di poter perdere le scarpe e allora lancio il piede verso il suolo come capita prima. Problema IV: usare le ballerine e cadere davvero in ufficio oppure perdersi le scarpe sulle scale. Usare le ballerine fa di me una persona matura al lavoro oppure terribilmente anziana? In questo caso, credo, nessuna delle due, mi rende solo ridicola, soprattutto quando cado come se avessi 1 anno.
Atto V: mi alzo ogni mattina verso le 7:30, quindi massimo alle 23:00 cerco di essere sotto le coperte. Problema V: non riesco più a stare sveglia oltre determinati orari. Questo mi rende grande o vecchia? Solo vecchia, fidatevi, perché la conseguenza è che, assieme alla questione "non esco nei giorni feriali" si è aggiunta anche quella "qualsiasi cosa faccia, devo essere a casa massimo a quell'ora perché poi devo dormire, perché sennò l'indomani al lavoro non capisco niente". Tristezza? Non è finita qui. Ormai i bioritmi sono andati a quel paese, quindi anche il sabato e la domenica non riesco a stare troppo a letto oppure fare troppo tardi. 
Atto VI: mi trovo in un locale per vedere un concerto e mi chiedono se voglio una birra. Qualche anno fa non avrei potuto che dire sì. Invece stavolta ho detto di no. Problema VI: non bevo più tanto quando sono fuori perché il pensiero di dover cercare e poi usare un bagno pubblico non mi rende un belgioioso. Quindi basta anche ai fiumi di birra. Sono vecchia o sono matura?
Atto VII: ogni tanto, da qualche anno, mi concedo l'estremo lusso di comprare dei vestiti che non siano neri. Problema VII: non starò esagerando coi colori? Cos'è tutta coquetterie? L'unica ragione è che ormai sono sufficientemente grande per non dover dimostrare determinate cose e per non prendermi troppo sul serio. Quindi se voglio comprare vestiti color ottanio, viola, bordeaux oppure indossare una collana con un coniglietto (ahem, nero) che mi fa sentire tanto Alice nel Paese delle Merdaviglie, io lo faccio, ok? Sì, probabilmente questa cosa non mi rende vecchia, solo grande.
Atto VIII: cosa fai durante un sabato mattina di un weekend toccata e fuga a casa di amici che sono anziani quanto te? Siccome siamo cresciutelli per organizzare cose speciali da fare assieme e siccome non abbiamo bisogno di gesti plateali per dimostrare il valore del rapporto, anche se sono nove mesi che non ci si vede l'unica cosa da fare è mettersi sul divano a guardare programmi di cucina con una maschera all'argilla in faccia (questo, per la cronaca, ci rende grandi e maturi). Che poi a stessa sera dopo il concerto si torni a casa (verso le 23:00) a guardare cartoni animati e mangiare pizza e sandwich con nutella e burro d'arachidi, sorseggiando the da tazze nerd non è un altro paio di maniche, è lo stesso, solo che è un po' da anziani, dato l'orario, e un po' da grandi (ah, il lusso del cartone animato alle 23:00 mangiando quel che si vuole).
Atto IX: dormire con qualcuno. Se all'inizio è una cosa scomodissima ma che si vuole fare, costi quel che costi, pure se fa caldo; se dopo un po' ci si abitua del respiro dell'altro sulla faccia (e solo io so quanto la cosa mi infastidisca), si trova una posizione e si fa perché fa piacere, dopo un po' non si sente più il bisogno. Un po' perché non si deve più dimostrare niente, un po' perché scatta la tecnica del piedino appoggiato dove capita prima. Trovo che sia un segnale: non dormiamo appiccicati ma quel piede lì vuol dire che sono qua, che in caso, se ne avessi voglia, puoi anche abbracciarmi. Questo ti rende grande finché non decidi di dormire in stanze separate perché sei anziano e non vuoi che ti si disturbi mentre dormi (in pratica io mi prendo pause dalla mia condizione di anziana).

Per fortuna non smetto di fare cose stupide come entrare nel panico o fare figuracce imbarazzanti e per fortuna ancora non ho iniziato a stirare o a separare i bianchi dai colorati. Quest'ultima azione potrebbe significare l'inizio della fine. Per fortuna ancora mi diverto ad alzare polveroni per polemiche fini a se stesse e per fortuna non devo ancora prendere decisioni importanti, quello sì che sarebbe da persone grandi e mature.


Polpette di grano saraceno:
Ingredienti:

- 200 grammi grano saraceno
- 1 dado
- 1 scatoletta di tonno
- 3 uova
- mix di spezie: aglio, pepe nero, maggiorana, timo, salvia, coriandolo, timo, prezzemolo, rosmarino (insomma, quello che più vi piace)

Prendete una sera in cui siete annoiati e volete preparare qualcosa per il pranzo dell'indomani. Ponete il caso che non avete troppi ingredienti in casa. Ehi, ma ho delle granaglie in casa che non ricordo nemmeno cosa siano. Ta-dan! Google translator - tippitippitippi - ah, grano saraceno, pazzesco.
Prendete il grano saraceno e fatelo bollire in acqua salata con un dado (non vi dico la cottura perché suppongo che dipenda dal tipo di grano che comprate, il mio ci ha messo 20 minuti). Scolatelo e mentre si raffredda pensate a cosa potreste farci. Ma sì, ci metto una scatoletta di tonno, ma no, non elimino l'olio in eccesso. Mescolate bene e poi aggiungete le uova. Io ne avevo 3, all'inizio ne ho messe solo 2 anche perché non potevo sapere a priori della consistenza. Poi ho pensato "vabbè, povero uovo, rimane da solo".
Riscaldate il forno a 180°. Mettete la carta forno sulla teglia e con le mani create delle pallette che schiaccerete leggermente una volta adagiate.
Infornate per 15 minuti. A metà cottura però girate le polpette, io non sapevo come e se si sarebbero cotte da entrambi i  lati in quanto era la prima volta che mi cimentavo (ovviamente servitele con la salsa all'aglio di cui vi ho già parlato ). A me sono venute 17 polpette, il che è un problema per il mio cervello malato, perché 8 sulla teglia ci entravano perfettamente, ma non potevo infornare una terza volta per una sola polpetta, quindi ho dovuto fare spazio.



lunedì 24 settembre 2012

Cara, non voglio leticare

La follia della donna non è tanto quel bisogno di scarpe che non vuole sentire ragioni - che poi i sabot sono pure brutti. La follia della donna non è nemmeno la totale schizofrenia (o semplice confusione che non sarà perché ti amo ma perché l'ovaia prende il sopravvento) che prendi una donna, trattala male e vedi che funzionerà - perché sogni il principe azzurro ma spesso scegli il pirata (non è mia, è di Gionni Dep). No.
La follia della donna è: tu uomo non riconosci la differenza tra un grigio tortora e un grigio topo, non hai idea di cosa sia il color malva, eppure se producono delle penne apposta per noi - penne dal piumaggio variopinto che nemmeno il pavone della National Geographic - noi ci arrabbiamo, eh sì. Cattive penne! Il fatto che ci sia ancora in giro la credenza - ma pure il comodino e la scarpiera - che i maschi non siano capaci di rifarsi il letto o di rammendare un calzino nonostante siano dotati di due braccia e due mani come tutti gli esseri umani invece... ma sì, mamme, lasciatelo stare sul divano, tanto poi sono cavoli di chi se lo piglia. Sì. Chi se lo piglia?
Lo so, la notizia è piuttosto vecchia però mi serviva un incipit, e che ci volete fare... L'incipit è: cose per le quali mi viene da sogghignare e che sono facili spunti per le femministe dell'ultima ora.
No, non citerò la famosa battuta della chiave che apre ogni serratura o della serratura che si apre con ogni chiave. Vi racconterò un fatto realmente accaduto.
Qualche tempo fa l'azienda per cui lavoro (ullallà che inizio di frase altisonante) ha deciso di donare a ogni dipendente dei tubi di integratori di vitamine. All'inizio ho pensato "ma perché devo bere questa roba", poi mi sono guardata attorno, mi sono ricordata della frutta vera che non mangerò e ho nicchiato, in fondo, male non possono farmi, vero? Ditemi che è vero anche se ormai è troppo tardi...
Il dono includeva ben due tubi di multivitamine, uno al sapore di frutta, l'altro con aggiunta di ginseng, un tubo di potassio e un tubo di magnesio. I primi due so a cosa servono, il potassio è una perenne mancanza poiché mi trovo spesso a tirare le dita dei piedi per risolvere i crampi notturni ma il magnesio, il magnesio, a cosa serve? Boh, a qualcosa servirà, dico tra me e me... Caro amico ti scrivo - Google. La pagina di Wikipedia recita "In natura non esiste allo stato libero, ma si trova complessato con altri elementi" percaritaddiddiono! Il magnesio single no! Gira gira gira, sfoglia sfoglia sfoglia, ah sì, ma guarda il magnesio è utile nei processi metabolici essenziali, uh serve a combattere nausea, stress, depressione. Insomma migliaia di siti che ti spiegano il perché, il percome, dove lo trovi, quando lo assumi... finché. Sedetevi. No dico sul serio.
Finché non trovo la dicitura "tipici problemi femminili". Mi si stampa la maschera del Joker in faccia (beh sì, pleonasmo, dove sennò?). Invece di scrivere sindrome premestruale, gravidanza, menopausa, preferisci lasciare l'informazione aleatoria? Il mio cervello produce fantastiche immagini di tipici problemi femminili come:
- sistemazione compulsiva della cucina in preda a un attacco da casalinga disperata
- collocazione cromatica dei collant, così, tanto per terrorizzare ulteriormente l'altro sesso
- imposizione dell'etichetta "quella puttana lì" riferito a ogni essere di sesso femminile che aleggia attorno al paio di pantaloni a cui sono interessate. Sì, pure la madre. Anche la sorella. La cugina. La nonna no.
- convinzione che "se cammino come un gambero lui non si accorge della cellulite" (lo so che avete grossa fiducia nei miei confronti ma questa non me la sono inventata, l'ho letta davvero e vi devo svelare un segreto: se camminate all'indietro nel tragitto tra il letto e il bagno i fattori sono due; il primo: non gliene frega niente della cellulite, ha già fatto una tac. Il secondo: visto che vi ha già fatto la tac sa della vostra cellulite, quindi non camminate come delle idiote - più facile a dirsi che a farsi?).
- ragionamento che vi porta a dedurre che un taglio di capelli coinvolgerà il cambiamento della vita intera
- visione idilliaca del ciclo concomitante con quello della vostra amica. Certo, tanto per litigare meglio, aggiungo io.

Se volete continuo. In ogni caso una delle volte in cui mi sono davvero vergognata di appartenere al genere femminile è stato quando hanno tirato fuori la notizia di quei casi di ebeti finite in ospedale per aver ingerito il Tantum Rosa. Va bene che il Tantum Verde va usato per via orale, va bene anche che abbiamo tre paia di labbra. Ma leggere il bugiardino? No. Evidentemente l'odore della tintura per capelli fa male.
Vi ho tediati fin troppo, e voi, femmine, che ci fate davanti al computer? Correte in cucina! Questa volta niente Polonia, questa volta si va nel Regno Unito con tanto di striscione "Cenerella, stirami l'Inghilterra". Ho trovato ogni versione possibile et immaginabile e ho deciso di usare la versione usata sul sito bbcgoodfood (ovviamente data la mancanza di alcuni ingredienti e il mio disgusto verso i piselli - oh sì miei prodi, scatenate l'inferno di battute) - la ricetta che vi chiedo di seguire è quella sul sito, mentre quella che vi do adesso è la mia versione.

Cottage Pie:
Ingredienti:
- 500 grammi di macinato
- 1 cipolla
- 3 carote
- 1 spicchio di aglio
- un bicchiere di vino
- 1/2 cucchiaio di concentrato di pomodoro
- 6 patate
- burro q.b.
- latte q.b.
- alloro
- erbette di provenza
- olio

Se, come me, non possedete un mixer, allora fate affidamento alle vostre capacità di disturbo ossessivo compulsivo e tagliate la cipolla e la carota nella maniera più fine possibile. Dopo aver perso mezzo pomeriggio, mettetele in padella a sfrigolare con dell'olio, fiamma media, mi raccomando. Siccome non mi va di usare troppo olio, dopo un po' aggiungo dell'acqua. Per salare sta a voi: sale o dado, per me è indifferente. Dopo un 20 minuti dovrebbero essere sufficientemente morbide, allora aggiungete il macinato (che in teoria dovrebbe essere solo vitello, ma io avevo comprato quello misto, vitello e maiale).
Durante quei 20 minuti sbucciate le patate, tagliatele a tocchetti, mettetele a bollire (non dimenticate di salare l'acqua). Quando potrete infilare i rebbi nella patata come il proverbiale grissino nel tonno, scolate, rimettete i tocchetti in pentola e tornate dalla carne.
Sfumate con mezzo bicchiere di vino rosso, aggiungete un paio di foglie di alloro, le erbette, lo spicchio di aglio (vi consiglio di schiacciarlo e di rimuoverlo prima di mettere la carne nella teglia), il concentrato di pomodoro e lasciate cuocere per altri 20-30 minuti, o comunque finché il sughetto si sarà rappreso.
Durante quei 20-30 minuti schiacciate le patate, aggiungete il burro e il latte (insomma fate il purè). Se per qualche stella posizionata bene doveste avere della noce moscata, usatela, sennò fate come me e tristemente vi rendete conto che non avete idea di come si dica noce moscata in polacco e decidete di farne a meno.
Prendete una teglia, imburratela (oppure usate la carta forno, ahem), ponete la carne e copritela con lo strato di purè. Infornate a 200° per 20 minuti. Se avete del cheddar, usatelo sul purè per creare quella soddisfacente crosticina che tanto ci piace. Sennò, che ve lo dico a fare, fate come me. Niente cheddar, niente crosticina.
Dopo 20 minuti tirate fuori la teglia dal forno, lasciate raffreddare per un po', tagliate et gaudete!